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Non ti guarda neanche in faccia, sta lì con la testa abbassata e le braccia incrociate senza dirti niente. E rimane così, ferma e immobile, per minuti interi. Ha tredici anni e, quindi, getta ormoni a non finire, quell’odore di adolescenza ti entra nelle narici immediatamente, senza né anticamere né sfumature di fragranza. Credi sia frutto solo della biologia evolutiva, invece quell’odore è la traccia di qualcosa di molto più profondo, è una spia accesa che fa paura, è ansia feroce. Lo capisci non solo dalla forte sudorazione ma anche dai movimenti scoordinati e dall’incapacità di verbalizzare ed esprimere qualsiasi ragionamento o emozione.
Una delle mie allieve, prima di dare l’esame di terza media, dovrà recuperare tutte le insufficienze -una marea- e tra queste c’è anche storia. La nascita del fascismo, questo l’argomento con il quale dovrà offrirsi volontaria all’interrogazione, rigorosamente online. Io, ovviamente, sono più entusiasta di lei nell’affrontare questo bellissimo, magnifico, stupefacente argomento. Il corpo di lei, invece, continua a mandarmi messaggi per invitarmi a boicottare la mia euforia e andare via. Io, però, non desisto nel volerle trasmettere la mia gioia, anche perché questo argomento mi dà l’occasione per ripassare anche l’italiano. Oggi, infatti, abbiamo rivisto la differenza tra la metafora e la similitudine: se io dico “la mente di Salvini è come un buco nero” faccio uso della similitudine, se, invece, dico “la mente di Salvini è un buco nero” è una metafora. A me, comunque, sono sempre piaciute di più le metafore. Le metafore tagliano il mondo di mezzo e fanno incontrare gli universi gemelli. Ti fanno capire che, forse, non c’è un mondo delle idee e un altro terreno, come sosteneva Platone. Forse ce n’è solo uno ed è senza il “come”, è il mondo della Verità, senza avverbi o congiunzioni. E’ un tutt’uno ed è bello così, perché riempie la parola “essere” senza darle accompagnatori e schiaccia tutto il senso nell’anima delle cose.


Oltre alla storia a me piacerebbe ritornare a scuola anche per studiare la geografia -peccato , però, che in questa materia la mia allieva abbia una delle pochissime sufficienze. Ricordo le bellissime cartine double face attaccate alla parete dell’aula: da una parte la mappa fisica, con i monti, i fiumi e le pianure, dall’altra quella politica, con i confini ben delineati (a volte tratteggiati) e gli stati tutti coloratissimi, rosa, verde, blu, giallo. Ecco, quello che non sapevo da piccola era che quelle linee tratteggiate, in realtà, parlavano di un mondo che si stava sgretolando. Un mondo nel quale io, innocente fanciulla degli anni novanta, avrei vissuto una vita degna di essere chiamata tale solo se avessi fatto della Resistenza il mio credo. Prendete una mappa aggiornata e osservate con attenzione tutti i confini tra i paesi, noterete che in molte parti del mondo la linea netta è sostituita da una tratteggiata. Ecco, questa linea significa che si tratta di territori “contesi”, in altre parole “guerra”. Ed è il caso della Palestina o del Sahara Occidentale, al sud del Marocco, per esempio. Potrei citarne moltissimi altri ma mi limito a questi due, al primo perché conosco molte persone vicine alla realtà di quel conflitto e al secondo perché con la ong CISP ho lavorato come monitor nei campi rifiguati saharawi in Algeria.
I confini delineano non solo la geografia di un territorio ma denunciano soprattutto i limiti della nostra mente. Sono il “come” nelle similutudini, una barriera più che un ponte.

Non fanno incontrare universi.

Un palestinese è “come” un cisgiordano, un libanese o un siriano, un saharawi è “come” un marocchino, un algerino o un mauritano. Immagino i decisori politici occidentali nel momento della spartizione dell’Africa, con tanto di squadra e righello: “ecco, l’Algeria la facciamo arrivare fin qui, poi tiriamo una bella diagonale fino al Niger, più o meno qui, e l’Egitto lo dividiamo dalla Libia con una bella linea retta che, a sua volta, farà angolo retto con il confine con il Sudan”. Africa, che bel patchwork. Ma la Terra non è divisibile fisicamente, è un unicum naturale, come i diritti umani non sono una similitudine della giustizia. La Terra non è “come” la mappa politica, la vita non è “come” la giustizia. La Terra è mappa fisica che si calpesta e la vita è e deve essere giustizia. A togliere queste barriere di mezzo, geografiche e di senso, dobbiamo essere noi con le nostre azioni e le nostre energie.

Muro costruito dai marocchini nel territorio del popolo saharawi

NOI, MINORANZE ATTIVE

Serge Moscovici, il più eminente specialista europeo di psicologia sociale, nel 1976 scrive “Psicologia delle minoranze attive”, una dissertazione nella quale analizza l’influenza minoritaria nei confronti delle maggioranze. L’autore, in questo testo estremamente interessante, ci spiega come individui o gruppi che non sono in condizione di vantaggio sociale possano, in realtà, influenzare le dinamiche sociali e l’opinione pubblica. In altre parole, come i cambiamenti sociali possono cominciare dal basso.
Immaginate di vivere negli anni ’60; il mondo sta mutando radicalmente, leader carismatici e masse conformiste lasciano spazio a gruppi e lotte che vanno contro il sistema prestabilito. E’ esattamente in questo contesto che la psicologia sociale vive una nuova spinta e studiosi come Moscovici iniziano a interrogarsi su particolari dinamiche. Si capisce che, se da una parte cerchiamo di controllare la nostra naturale paura dell’ignoto rimanendo ancorati al passato e a simboli accomodanti, dall’altra sentiamo una propulsione forte al cambiamento e all’innovazione che ci spinge a cercare soluzioni originali. Oltre ai comportamenti delle minoranze, Moscovici fa riferimento anche allo stile (ovvero alle strategie) con cui queste sostengono la loro posizione. E qui arriva la parte interessante; questo stile si esprimerebbe in termini di continuità e determinazione con cui la propria lotta viene portata avanti. Ovvero, più sei costante e ti mostri sicuro, più alte saranno le probabilità di riuscire a trasmettere il tuo messaggio. Ma non solo, per lo studioso

La probabilità di influenzare la maggioranza aumenta se la minoranza è compatta e unita.

Zerocalcare


Ormai, per noi umanoidi postmoderni che studiamo la mente come fosse un kiwi, è risaputo quanto la persistenza sistematica possa manipolare le masse. Basti osservare fenomeni come il marketing per estrapolare il banale paradigma che sta alla base della persuasione: più sei presente più hai probabilità di avere successo. Quantità più che qualità del tempo.
Ma, per noi ingenui rivoluzionari, è un altro l’aspetto interessante da analizzare. Numerosi esperimenti hanno dimostrato come, una volta che ci si orienta verso la posizione della minoranza, non cambiano solo i giudizi pubblici ma anche le credenze e le convinzioni più “interiori”. In altre parole, i cambiamenti causati dalle minoranze sono, a tutti gli effetti, più strutturali e profondi e, quindi, in un certo senso più veri e giusti di quelli causati dalle maggioranze.
Questo perché le minoranze -in quanto tali- prima di produrre il loro messaggio devono passare attraverso un processo di profonda riflessione e studio sull’argomento in questione. Adotteranno punti di vista diversi, affronteranno il tema da prospettive nuove e, per questo, daranno risposte più valide e complete.

La maggioranza deve fare molto meno sforzi per far sì che il suo messaggio venga ingurgitato senza se e senza ma.

Di conseguenza, capiamo che la differenza tra il sistema conformista e gli anticonformisti non risiederà tanto nella persuasione, dato che entrambi la usano a loro favore, ma piuttosto nella comunicazione sociale. In un sistema conformista, l’individuo segue la “massa”, confronta le sue idee con quelle degli altri senza mettere in moto il senso critico e, quindi, cedendo alla paura dell’ignoto e alle abitudini del passato. La proposta di una minoranza, invece, stimola un processo di validazione; l’individuo, cioè, si interroga sul perché di quella posizione scavando più in profondità. La minoranza stimola dubbi e mette in moto ingranaggi nascosti. Moscovici va oltre e afferma che, a volte, può anche accadere che un soggetto della maggioranza inizi a convertirsi interiormente al pensiero della minoranza senza, però, rendersene conto.

Tutto estremamente interessante. Tocca capire, però, ancora un piccolo dettaglio: se Moscovici è stato in grado di individuare e decifrare questi sottili meccanismi sociali, perché allora si avvicinò all’ideologia sionista, entrando anche in contatto con chi partiva verso la Palestina? Se un intellettuale del suo calibro è stato in grado di capire l’importanza del pensiero divergente, del potenziale delle minoranze -chiamandole appunto “attive”- perché mai appoggiò una delle cause più “sistemiche” e “conformiste” del secolo scorso?


Si potrebbe tentare una spiegazione contestualizzando la sua posizione e considerando la sua esperienza di vita. Nato in Romania nel 1925 da una famiglia ebraica, nel 1941 fu recluso in un campo di lavoro e liberato successivamente dall’armata sovietica. Possiamo immaginare come la sua infanzia e la sua adolescenza siano state caratterizzate dalla presenza di un sistema dominante che voleva eliminare lui e la minoranza di cui faceva parte dalla faccia della Terra. Non deve essere stato facile per lui vivere durante l’occupazione nazista, senza dubbio, ma la decisione di appoggiare l’invasione di una terra per mano del suo “popolo” è stata presa quando lui era un adulto e le circostanze politico-sociali erano leggermente diverse. Suo figlio, Pierre Moscovici, è l’ex Commissario europeo per gli affari economici e monetari, predecessore del nostrano Gentiloni, ed ex ministro francese dell’Economia e delle Finanze, nonché degli Affari europei. Quello del “se lasciamo sola l’Italia è la fine”, per intenderci. In un’intervista di qualche anno fa si è definito “ebreo, sionista e socialista”. La sua carriera politica l’ha trascorsa sempre tra i banchi della sinistra elitaria, e non poteva essere diversamente. Il figlio del noto sociologo, infatti, è diplomato all’ENA, la celebre e ultraelitaria scuola d’amministrazione dalla quale vengono sfornati ogni anno ministri, alti funzionari e addirittura presidenti della Repubblica francese. Non è un caso, quindi, che il suo curriculum vitae sia costellato di incarichi di alta dirigenza. E non è un caso che un ebreo sionista sia attratto dai luoghi di potere, d’altronde è risaputo che i governi francesi (e non solo) sono da decenni asserviti a Israele. Ora, non voglio aprire un dibattito politico-partitico, anche perché ci hanno già pensato i leghisti a gettare fango sul povero Pierre e lungi da me condividere un loro qualsivoglia pensiero. Il fatto che Moscovici Junior sia di sinistra e dichiaratamente antipopulista non basta a fare di lui un uomo affidabile a valoroso. I parametri di giudizio cambiano col passare del tempo e, considerando il contesto attuale, credo non basti più essere antifascisti o antirazzisti per sentirsi davvero rivoluzionari. Il nemico da combattere non è più il fascista o l’antisemita, il maschilista o il razzista; o meglio, non solo. Le nostre energie sono da convogliare affinché il sistema neoliberista e capitalista venga smantellato del tutto. Poi, da lì, a domino, crollerà il consumismo, il materialismo e quindi l’inquinamento, il razzismo e il maschilismo (che vedono la terra, l’essere umano e la donna solo come materia); crolleranno le disuguaglianze, le paure e le guerre. Cambiare il pensiero per cambiare l’azione.

Pierre Moscovici è contro i populisti e i sovranisti ma è a favore della sopraffazione di un popolo come quello palestinese, depredato brutalmente della sua terra e del suo diritto all’esistenza.

Allora il problema non è più l’assetto politico di un paese, dell’Europa o del mondo intero, non è più uno schieramento o un partito, ma è un problema di coscienze bruciate e andate totalmente in fiamme.


Come, qualche giorno fa, è andata in fiamme una montagna di libri davanti l’ingresso del TPO, noto centro sociale di Bologna impegnato, durante questi mesi, nella distribuzione di beni di prima necessità e libri tra le persone -italiane e straniere- in difficoltà.
Come è andato in fiamme anche il commissariato di polizia di Minneapolis, occupato dai manifestanti in protesta per la morte di George Floyd, l’afroamericano di 46 anni ucciso dalla polizia un paio di giorni fa.

Donna poliziotto (Buenos Aires)


Un altro famoso sociologo, Nemeth, afferma che le persone esposte all’influenza minoritaria sono più portate a produrre idee innovative. In un ambiente anticonformista scompare il paradigma per cui basta credere a tutto senza interrogarsi, tipico del sistema prestabilito, e si tende a cercare sempre soluzioni alternative, diverse da quelle proposte dalla minoranza stessa. Profondità chiama profondità, insomma. E allora che vada in fiamme anche la nostra rabbia e che le nostre parole diventino fuoco vivo in grado di carburare quel cambiamento profondo che solo le minoranze sono in grado di innescare. Approfondiamo le nostre sensazioni, connettiamo le nostre menti, lasciamoci contagiare dal pensiero divergente.


Alla fine, non sono riuscita a trasmettere alla mia allieva la passione per l’antifascismo e l’anticonformismo e, a lezione terminata, aveva sempre lo stesso sguardo assente e lo stesso odore di adolescente ansiosa. Ma non è grave, sono convinta che la persistenza mi ripagherà, come suggeriva Moscovici stesso. Ma io, a differenza del sociologo sionista e di suo figlio, userò il mio potere di persuasione per creare e non per ditruggere. Lì fuori devono esserci parecchi amanti delle metafore come me, pronti ad abbattere i “come” e a unire le linee tratteggiate delle mappe per formare un unico e solo confine. La Terra.

Mappa fisica

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