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Mentre noi, qui, siamo tutti affaccendati a discutere di Green Pass scomodando, addirittura, concetti grandi come “dittatura” e “libertà”, non lontano da noi c’è qualcuno che sta gridando a gran voce di essere davvero liberato e che meriterebbe tutta la nostra attenzione.


Il problema dell’Occidente è che, a eccezione di brevi e tragiche parentesi, qui la libertà ci è sempre stata concessa gratuitamente, senza chiedere niente in cambio. O meglio, qualcosa ci è stato chiesto ma noi l’abbiamo donato senza farci neanche caso e si tratta della nostra coscienza.
Con la coscienza abbiamo perso anche il senso critico, siamo così concentrati a guardare i nostri stessi volti nello specchio di uno schermo che stiamo perdendo la capacità di leggere il mondo con la lente dell’empatia. Tutto ciò che ci viene propinato sui social o in televisione lo digeriamo senza neanche masticarlo, alimentando la certezza che la cosa più importante che sta accadendo nel mondo sia quella che leggiamo nelle prime pagine dei giornali e nelle story dei nostri “influencer”.
In realtà, basterebbe spostare leggermente lo sguardo e alzare la testa per vedere la grande scacchiera geopolitica che è davanti a noi, dove ogni avvenimento è importante perché collegato a tutti gli altri, diventando causa e conseguenza della stessa Storia.
Alan Hart, maggior esperto di sionismo e della questione palestinese ed ex consulente esterno del Consiglio di Sicurezza ONU, afferma che “Il sionismo è il cancro al cuore delle politiche internazionali: deve essere curato prima che ci consumi tutti, ovunque nel mondo”.
Hart ha rotto il suo decennale silenzio sull’attacco del 2001 alle Torri Gemelle fornendo la sua versione riguardo ciò che accadde quell’11 settembre. Nel suo lungo e interessantissimo articolo, Hart, che conosce personalmente tutte le autorità israeliane e palestinesi coinvolte nel conflitto, presenta due probabili scenari. Nella prima, in sintesi, l’attacco sarebbe stato organizzato sì da un gruppo arabo-musulmano ma il Mossad (l’intelligence israeliana) ne sarebbe stata a conoscenza e non avrebbe fatto niente per evitarlo. Ogni regime arabo, comprese le istituzioni militari, i servizi di sicurezza e i movimenti di liberazione arabi hanno, da sempre, infiltrati al loro interno agenti segreti israeliani. Molti degli agenti più validi erano ebrei del Nord Africa, e del Marocco in particolare, perché potevano tranquillamente passare per arabi. A questo punto, il Mossad avrebbe informato il vice-presidente degli Usa Dick Cheney e altre figure come Paul Wolfowitz e Richard Perle, tutte vicine all’ambiente sionista statunitense, oltre a informare gli appositi contatti nella CIA. Così, si decise che il piano dei terroristi sarebbe stato usato come il pretesto che gli Usa cercavano per attaccare l’Iraq. Insomma, un altro Pearl Harbour. Il secondo scenario, invece, vedrebbe il Mossad come il vero architetto dell’attentato. Come abbiamo detto, alcuni degli attentatori dell’11 settembre erano sorvegliati da parte di vari servizi segreti occidentali negli anni che precedettero gli attacchi, soprattutto da agenti tedeschi, statunitensi e israeliani. Hart pensa possa essere stato lo stesso Cheney ad aver guidato le operazioni dalla parte americana, in quella che essenzialmente è stata un’operazione del Mossad eseguita sotto falsa bandiera (false flag operation).


Ma gli Usa, insieme alla destra sionista, cosa avrebbe ottenuto da questo attentato? La risposta di Hart è semplice: in questo modo gli Stati Uniti avrebbero ottenuto ciò che, in effetti, è accaduto successivamente, ovvero l’abbattimento del maggiore ostacolo all’espansionismo israeliano, l’Iraq, la cacciata del paese di Saddam Hussein dal Kuwait, l’indebolimento della Siria, dell’Iran e degli Hezbollah nel Libano e, quindi, la liberazione del flusso di petrolio verso gli Usa.
Insomma, l’11 settembre 2001 è la cartolina che mostra il vero volto del mondo in cui viviamo, dove il neoliberismo, il colonialismo, le diseguaglianze economiche e sociali e il capitalismo si travestono da progresso e democrazia.
Questi valori, travestiti ad hoc dalle élite occidentali, vengono quotidianamente importati a prezzi stracciati in tutto il mondo, con false promesse di sviluppo e acculturamento.
Per esempio, alcuni di voi ricorderanno gli Accordi Abramitici firmati tra il Regno del Marocco, lo Stato di Israele e gli Stati Uniti d’America il 22 dicembre 2020 a Rabat. Il Marocco, da sempre contrario all’arruolamento di volontari marocchini nell’esercito di liberazione della Palestina, non si è limitato all’avvio di relazioni diplomatiche e al lancio di nuove rotte commerciali, ma ha toccato la sfera culturale e identitaria introducendo, addirittura, nei programmi scolastici gli studi ebraici.
A proposito di Marocco, il 10, 11 e 12 settembre 2021, a Reggio Emilia, si è tenuto il 3° meeting nazionale delle associazioni aderenti alla Rete Saharawi. Il popolo saharawi, per chi non lo sapesse, è un popolo in esilio da 46 anni, da quando, il 14 novembre 1975, il Marocco occupò de facto la loro terra di origine, il Sahara Occidentale. Costretti quel giorno a un esodo di massa, i saharawi hanno trovato ospitalità nel sud dell’Algeria dove, oggi, più di 178 mila di loro vivono in campi profughi allestiti dall’Onu e dalla comunità internazionale.
Grazie all’ong CISP ho avuto l’opportunità di andare in missione in quei campi come monitor e reporter e ho potuto constatare con i miei occhi la resilienza e il coraggio di uomini, donne e bambini che, nonostante tutto, continuano a lottare per il loro diritto all’autodeterminazione e a una vita dignitosa. Nel 1991 è nata la MINURSO, la missione delle Nazioni Unite per il referendum nel Sahara Occidentale, ed è da allora che i saharawi aspettano di espletare il loro diritto all’autodeterminazione votando al referendum che permetterebbe loro di scegliere l’indipendenza, l’autonomia o l’annessione al Marocco. Purtroppo, e come sempre nei conflitti di frontiera, sono in gioco interessi economici che vedono giostre di alleanze prendere piede e calpestare tutto ciò che è rimasto di umano su questa Terra.


Il Sahara Occidentale è tra le zone più pescose del continente africano ed è una terra ricca di fosfati, non a caso, la Francia prima e la Spagna di Franco poi, hanno sempre avuto interessi nell’area ed è solo nel 1975 che questa regione a sud del Marocco si è liberata dalla presenza coloniale degli spagnoli. Con l’occupazione de facto sostenuta militarmente e strategicamente dagli Usa e dalla Francia e il successivo sabotaggio del referendum, voluto dalle risoluzioni delle Nazioni Unite, il Marocco ha, di fatto, violato il diritto internazionale e l’articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra del 1949. Non solo, il Marocco è stato denunciato più volte dalla Corte Internazionale dell’Aia per la violazione dei diritti umani e per la reiterazione di crimini legati alla scomparsa di civili. Centinaia di casi sono tuttora irrisoliti e numerose fosse comuni sono state scoperte già dal 1976. Il popolo saharawi, nei territori occupati nel Sahara Occidentale, subisce violazioni sistematiche del diritto all’educazione, alla salute e al lavoro.
Nulla giustifica che i membri del Consiglio di Sicurezza e il Segretario dell’ONU continuino a sostenere l’avventura coloniale nel Sahara Occidentale del più grande produttore al mondo di cannabis di contrabbando, un paese che ha fornito il più grande numero di combattenti a Daesh, il Marocco.
Numerose organizzazioni umanitarie hanno presentato appelli al Consiglio per i Diritti Umani perché estremamente preoccupate per la detenzione illegale di alcuni attivisti saharawi nel territorio marocchino. Questi prigionieri politici saharawi, la maggior parte dei quali giovanissimi, devono affrontare processi giudiziari iniqui con l’imputazione di aver ostacolato la giustizia oppure di aver aggredito un funzionario durante lo svolgimento delle sue funzioni.
Per chiedere la liberazione dei tanti prigionieri politici in Marocco l’associazione nazionale Rete Saharawi ha lanciato un paio di anni fa la campagna “Liberi ora”.
“Consideriamo fondamentale il sostegno ai prigionieri politici saharawi, i quali oltre ad aver subito negli anni arresti, condanne e detenzioni indiscriminate, maltrattamenti e torture inflitte nelle carceri marocchine, si trovano a dover affrontare oggi la negligenza medica intenzionale nelle cure e nelle condizioni di detenzione con aumentano i rischi di infezione da covid-19” si legge in una nota diffusa dalla Rete Saharawi, membro della Task Force del Coordinamento Europeo di Solidarietà con il Popolo Saharawi (EUCOCO).


Questa rete di associazioni, di cui faccio parte, si impegna non solo rivolgendosi agli organismi dell’ONU, all’Unione Africana e all’Unione Europea ma lo fa anche dialogando con i due intergruppi parlamentari di amicizia con il popolo saharawi costituiti al Parlamento europeo e alla Camera dei Deputati.
“Accogliamo con favore le dichiarazioni dell’ex presidente del Cile Michelle Bachelet, Alto Commissario per i Diritti Umani, sui prigionieri, in particolare quelli politici, per i quali chiede la liberazione in questo momento di emergenza sanitaria” continua la Rete Saharawi chiamando all’azione tutte le associazioni di solidarietà per il popolo saharawi e le associazioni democratiche italiane affinché venga monitorata la situazione dei prigionieri politici saharawi.
La richiesta di liberare i 39 attivisti detenuti detenuti senza tutela dei diritti umani nelle carceri marocchine è stata rivolta anche da organizzazioni internazionali per i diritti umani come Amnesty e Human rights watch. La Rete Saharawi aderisce, inoltre, alla campagna internazionale promossa da Equipe Media e Watching Western Sahara per la difesa dei giornalisti e delle associazioni presenti nei territori occupati illegalmente dal Marocco.
L’avvocatessa Francesca Doria, esperta di diritto internazionale, durante il meeting di Reggio Emilia ha rimarcato l’importanza dell’estensione dei poteri della Minurso, sopratutto a fronte del dato relativo al costo della missione dal 91 ad oggi, stimato di un miliardo di dollari. C’è da sottolineare che quella dispiegata nel Sahara Occidentale è l’unica missione dell’Onu che non possiede il potere di difesa dei diritti umani. Il dato interessante è che la maggioranza del consiglio dell’Onu è favorevole, solo Francia e Marocco sono contrari adducendo come motivazione che il governo marocchino sia da solo garante dei diritti umani nel Sahara occidentale. Un’assurdità enorme.


Ed ecco di nuovo farsi strada la connivenza del mondo occidentale nelle barbarie perpetrate da una monarchia repressiva che, guarda caso, sia gli Usa che l’Europa si guardano bene dal chiamare per quello che è: un regime totalitario.
A questo punto, e una volta chiaro avanti agli occhi il complesso scenario geopolitico, è curioso notare come le virtuose democrazie occidentali adottino due pesi e due misure nel momento di scegliersi i loro alleati commerciali e diplomatici. L’Ecuador, il Venezuela, il Cile, la Corea del Nord, la Cina sono tutte bestie inavvicinabili perchè totalitarie e ladre di libertà, mentre Israele, il Marocco, l’Arabia Saudita, la Libia sono degne di stringere accordi bilaterali con i campioni di democrazia occidentali, non si sa per quale bizzarro motivo. Anzi, il motivo è fin troppo chiaro e per capire cosa sta succedendo nel mondo basterebbe solo recuperare quella cosa che abbiamo usato come merce di scambio con il potere per avere libertà e diritti, ovvero la coscienza.
Basterebbe solo questa gemma preziosa che è già dentro di noi, ma che crediamo di aver perso, per smascherare le menzogne che ci vengono raccontate quotidianamente da liberali fascisti e sionisti ma anche da chi pensiamo nostri alleati politici.
Per avere almeno una piccola chance di liberare le decine di prigionieri politici saharawi e, quindi, di liberarci anche un po’ noi, bisognerebbe fare rete e usare le piattaforme virtuali non come piazze dove istallare quotidianamente il nostro circo di ego ma come incroci di cammini virtuosi con destinazione comune la vera e unica libertà, quella sociale.
Liberi ora. Loro, noi, tutti.

LIBERI ORA

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2 thoughts on “LIBERI ORA

  1. Grazie per questa lucidissimo e agghiacciante analisi. Con la speranza che l’avere una coscienza divenga un virus incurabile. Grazie ancora

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