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BOLIVIA. DICEMBRE 2017

L’autobus diretto da Buenos Aires a Jujuy, all’estremo nord dell’Argentina, sarebbe dovuto partire alle quindici di quello stesso giorno, Santi accompagnò Penelope all’agenzia viaggi -una piccola stanza con solo una vecchia scrivania e un altarino con una Madonna vestita con colori fluorescenti e circondata da fiori.

Amor, lo siento, pero el cole va a salir a las 19″

La signora dai visibili tratti nativi le disse che l’autobus sarebbe partito in ritardo, alle diciannove, ma in realtà sapeva di mentire perché il cole, alla fine, partì alle dieci di sera. Qui il tempo è davvero relativo, pensò subito la ragazza. . Il viaggio fino a Jujuy durò ventiquattro ore, Penelope notò che più si allontanava dalla capitale e più il paesaggio diventava desertico. Arrivò a Jujuy alle undici di sera del giorno dopo, quando, invece, sarebbe dovuta arrivare alle quindici con la luce del sole, Penelope venne subito catapultata in un’altra Argentina, in un’altra dimensione, persone per strada che vendono di tutto, macchine e motorini che a malapena riescono a passare tra la folla, clacson, grida di venditori, musica che proviene dagli innumerevoli chioschi. Si sentì persa. Aveva prenotato un ostello a Tilcara, un piccolo paese a un’ora da lì, ma non sapeva come raggiungerlo a quell’ora. Una ragazza che viaggiava con lei le offrì subito ospitalità, era arrivata fin lì per visitare la zia e diceva che poteva ospitarla da lei. Penelope si guardò intorno e capì che non aveva alternative, così accetto l’invito. Andarono a casa della zia di Sandra a piedi, dopo aver attraversato il caos del mercato e le quelle grida che le sarebbero rimaste attaccate all’udito tutta la notte. Quando arrivarono c’era già la cena sul tavolo, Penelope salutò e ringraziò la zia di Sandra che viveva in quella piccola casa da sola con due gatti e un cane zoppo. Si mangiava in silenzio e ad illuminare la stanza c’era solo una piccola candela al centro della tavola. Penelope mangiava a testa bassa la zuppa di fagioli quando a un certo punto vide con la coda dell’occhio una luce fuori dalla finestra. Era stato come un lampo, un flusso luccicante. Guardò le due donne ma queste sembravano non essersi accorte di niente, le sorrisero teneramente e tornarono a mangiare.

«Che bella coincidenza averti incontrata, Penelope -disse Sandra mentre si versava il secondo piatto di zuppa – conosci la teoria della valanga?»

«No, non la conosco, di che teoria si tratta?»

«E’ la teoria per la quale quelli come noi si incontrano sempre perché seguono lo stesso flusso di energia creando, così, come una valanga che, rotolando, coinvolge altre persone e forma un gran insieme. Non so se sia veramente così ma è bello crederci, non trovi?»

Penelope non rispose nulla, si illuminò solo in un piccolo sorriso mentre pensava che, forse, aveva capito male perché, in effetti, le sembrava una teoria un po’ strana. Dopotutto lo spagnolo che aveva studiato per anni a scuola era molto diverso da quella strana lingua che parlavano in quell’area dell’Argentina.

In ogni caso, Penelope non si rese conto del posto dove si trovava fino alla mattina dopo quando, uscendo dalla camera, vide colori che non aveva mai visto. Era circondata da montagne rosse e spigolose che le trasmisero una serenità immediata, il rosso della roccia e l’azzurro del cielo le riempirono gli occhi. Le mancava la montagna, aveva bisogno della terra dopo l’acqua di Bahia, pensò. La terra la calpesti, la senti, è energia pura e diretta che ti entra subito in circolo, come iniettata. Il giorno dopo salutò Sandra e la zia e si mise in viaggio per Tilcara, dove c’era l’ostello che l’aspettava dal giorno prima. Qui conobbe subito Audrey, la ragazza di Parigi con cui divideva la stanza; le due fecero subito amicizia, anche Audrey stava andando in Bolivia e, così, passarono quei giorni insieme a fare escursioni nella natura e a pianificare il resto del loro viaggio. Penelope pensò che l’incontro casuale con Audrey poteva far parte di quella valanga.

Prima di partire per la Bolivia visitarono la Pukarà di Tilcara, un villaggio pre-inca, e la guida illuminò le due viaggiatrici con le sue spiegazioni appassionate. Raccontò loro che gli Inca, in realtà, dominarono quella zona solo cento anni, che il loro Impero in confronto alle popolazioni precedenti durò ben poco. E spiegò anche che gli Inca non apportarono molti cambiamenti negli insediamenti colonizzati perché si trattava, comunque, di tutti popoli andini con cui condividevano molti aspetti. Ad apportare grandi modifiche, invece, furono gli spagnoli, più tardi, che cambiarono radicalmente la vita di queste popolazioni sostituendola con la loro cultura. Alcune tradizioni, però, sono rimaste. La guida spiegò alle ragazze che il primo novembre si festeggiano i morti ma per loro è una festa reale e allegra dove si cucina e si condivide ciò che si è preparato con la famiglia. Il cibo, però, sarà insipido, senza sale nè altre spezie perché si vuole credere che i defunti abbiano partecipato al banchetto mangiando e togliendo, perciò, tutto il sapore al cibo preparato.

«Qui si crede fortemente che ci sia una vita dopo la morte, per questo i tanti cimiteri che si vedono lungo la strada sono coloratissimi, con croci bianche adornate di fiori e ghirlande, perché sono una festa! -disse Mariana, la guida- E, comunque, si deve parlare sempre di popoli originari e non di popoli indigeni. Solo definendoli così restituiamo questi popoli alla Storia con dignità e rispetto. Bisognerebbe utilizzare sempre una prospettiva che non consideri subordianzioni e gerarchie culturali e che sia priva di giudizi di valore»

Popoli originari. A Penelope piacque quella definizione.

Il giorno dopo partirono per il nord, verso Humahuaca e poi da lì La Quiaca, la città di frontiera. Dall’altra parte del confine c’è Tupiza, Penelope e Audrey passarono lì solo una notte e fu subito il prologo perfetto del capitolo Bolivia. Quel paese era agli occhi di Penelope un’overdose di immagini, odori, colori e sapori sconosciuti.

«Penelope, non pensi anche tu che la Bolivia somigli molto a un posto che non esiste?»

Audrey aveva ragione, c’era più magia che realtà in quella terra. E Penelope, che si era fermata ad osservare un’anziana signora che camminava davanti a lei per strada, pensò che non c’era niente di più elegante che la magia. L’eleganza dei boliviani, poi, era qualcosa che non si poteva percepire né in una fotografia né in un racconto.

«Guarda Audrey, guarda quella signora ad esempio. Non è quel cappello e non sono neanche quelle lunghissime trecce nere o il suo abbigliamento formale e colorato. C’è qualcosa di elegante nei loro gesti e nel loro sguardo, non trovi?»

Il giorno dopo partirono per Potosi, la città delle miniere e una delle più alte del mondo. Dopo il viaggio durato cinque ore scesero dal bus e Penelope si sentì male, la testa le scoppiava e si sentiva debolissima, erano a quattromila metri di altitudine, il suo organismo non è abituato. Così iniziò a masticare foglie di coca e poco a poco iniziò a riprendersi. Ecco cosa fanno quelle persone che sembrano avere come una pallina da tennis in bocca, dal lato di una mascella, pensò Penelope, masticano foglie di coca per prendere energia. Il giorno dopo Penelope e Audrey decisero di fare il tour nelle miniere, forse un po’ ingenuamente e senza pensarci troppo, senza dubbio fu la prima esperienza turistica che Penelope fece durante il suo viaggio. Indossarono tute da minatori, stivali di gomma e un casco con la torcia. Prima di entrare nella miniera videro cadere piccoli fiocchi di neve, Penelope non riusciva a crederci, era tornata all’inverno, faceva freddissimo. E lì dentro non pensava fosse stata così dura. Non fu una semplice passeggiata ma una vera e propria prova di resistenza. Camminarono per dure ore al buio, spesso con la testa accucciata per non sbatterla al soffitto di roccia, in un tunnel largo solo un paio di metri e sguazzando nelle pozzanghere di fango che si creavano tra i binari. All’improvviso la guida urlava di spostarsi e attaccarsi con la schiena alla parete perché stava arrivando un carro pesante tonnellate. Dal buio apparivano due ragazzi giovanissimi seduti sul carro colmo di pietre che sfrecciava velocissimo sui binari. Il gruppo di tursiti proseguì e cedette il passo ad altri minatori che trascinavano altri carri con una fune, la loro schiena era piegata quasi fino a toccare terra, camminavano faticosamente.

«Non hanno un orario di lavoro, guadagnano a seconda della quantità di minerali trovati»

Disse la guida mentre fece cenno al gruppo di ricominciare a camminare.

«Non so come ma questi minatori, in quest’ambiente così ostile, è come se perdessero i loro tratti più umani e si trasformassero in creature metà animali e metà figure mitologiche. Non trovi Audrey?»

Disse Penelope bisbigliando per non farsi sentire dal resto della comitiva. Temeva sempre di essere tacciata per la polemica della situazione, era una paura che si portava avanti da quando era adolescente. Ma lì in quella miniera, chilometri e chilometri dentro la roccia, una figura mitologica esisteva davvero, era il Tio, un’antica divinità. Quando Penelope se lo vide davanti, per un attimo pensò di morire.

La guida fece una sosta in un punto dove il tunnel si allargava fino a formare una piccola piazza e la roccia formava un gradino sul quale ci si poteva sedere. La guida spiegò che era un Dio creato ad hoc dagli spagnoli durante la colonizzazione, quando fu scoperta la miniera nel XV secolo, affinché gli schiavi, prima nativi poi africani, trovassero una motivazione per entrare nella miniera e lavorare. I coloni raccontavano agli schiavi che il Tio -distorsione linguistica da parte dei nativi derivante dal vocabolo spagnolo “Dios”- risiedeva nella miniera e voleva che loro trovassero più minerali possibili, altrimenti la malasorte si sarebbe abbattuta su di loro e sulle loro famiglie. Così, i minatori, che secondo gli spagnoli erano dei poveri ingenui che credevano a tutto, iniziarono a lavorare in quelle grotte anguste, a rinunciare alla loro libertà. Gli spagnoli costruirono addirittura dei fantocci, tuttora esistenti, raffiguranti questa divinità.Uno era lì seduto davanti a loro che le guardava col suo ghigno malefico. Una specie di diavolo rosso, dimensioni umane, seduto su una panca di roccia, con tanto di corna nere e sorriso angosciante. Erano al buio e le uniche fonti di luce erano le torce sul casco, la guida le fece sedere intorno al fantoccio e invitò tutti a fare un rito.

«Bisogna sempre salutare il Tio affinché non si offenda per la visita e aiuti la miniera ad essere produttiva. Tutt’oggi, ogni ultimo venerdì del mese, tutti i minatori vengono in questo posto per festeggiare il Tio con riti propiziatori -e mentre parlava accese una sigaretta artigianale che poi mise in bocca al fantoccio- se tira porta fortuna, altrimenti, muchissima malasuerte»

Poi si alzò e iniziò a spargere foglie di coca sulle corna della divinità.

«Queste fungono da antenne per aiutare i minatori a trovare i minerali -poi sparse le foglie sulle spalle- queste, invece, a dare forza fisica ai lavoratori e questo è un augurio affinché dai rapporti tra lui e Pachamama nascano i minerali che si stanno cercando: zinco, argento e stagno»

E terminò spargendo le ultime foglie sul grande pene del Tio. Per concludere il rituale la guida fece un brindisi in lingua quechua e gettò delle gocce di alcol etilico ai piedi del fantoccio prima di bere il bicchiere tutto di un sorso. Poi ogni membro della comitiva, a turno, fece la stessa cosa. Tornate in superficie, a Penelope e Audrey sembrò tutto diverso, la luce era forte e accecante e la neve era sparita. Che mondo lì dentro, quanta sofferenza, pensò Penelope. Si calcola che in quel posto siano morte, nel corso dei secoli, milioni di persone, la guida disse che con tutto l’argento trovato lì dentro gli spagnoli avrebbero potuto costruire un ponte da Potosi a Madrid ma, con le stesse ossa dei caduti dentro la miniera, si sarebbe potuto costruire un ponte di ritorno, da Madrid a Potosi. Il pomeriggio proseguì tra mercati popolari e lunghe passeggiate, la città era molto bella ma quella miniera che la sovrastava sembrava guardare Penelope da ogni scorcio. La terra della Bolivia sta esaurendo le sue risorse, la stiamo dissanguando.

Quel pomeriggio, ad alleggerire l’anima delle due ragazze, arrivò Justina, anche lei forse arrivata da quella grande valanga. Si sedette accanto a loro con un gran gelato tra le mani, aveva ottant’anni ma la pelle era quella di una bambina, il suo sguardo era dolcissimo e capelli grigi erano raccolti in un grande chignon. Justina iniziò a raccontare tutta la sua vita; suo marito, deceduto da anni, era un importante ingegnere della miniera e, grazie a lui e a suo zio, lei aveva potuto conoscere Fidel Castro e Hugo Chavez. Raccontò di come conobbe suo marito da giovane, di quanto fosse stato felice il suo matrimonio, senza mai neanche una discussione perché lei aveva “sempre adempiuto ai suoi doveri da moglie, aveva sempre stirato e preparato da mangiare al suo uomo”.

«Che cosa assurda, ma hai sentito parlare quella vecchia? E’ incredibile come il maschilismo abbia annullato le menti e il desiderio di indipendenza di donne che oggi invece sarebbero più libere e più agguerrite!»

Penelope, meravigliandosi del suo stesso pensiero, non seppe apprezzare le parole di Audrey. Lei trovava le parole di quella donna romantiche e piene di libertà, invece. Immaginava quell’anziana signora quando aveva vent’anni, libera di sentirsi felice e innamorata. Perché lei questo era stata, felice e innamorata, e i sentimenti non li scegli tu, arrivano e basta. E allora che male c’era se cucinava tutte le sere per il marito?

Il giorno dopo arrivaron a Sucre, una città stupenda, piena di giovani universitari e attività culturali, una città sommersa da un’onda alternativa e creativa ben evidente. Penelope pensò subito a Bologna, le somigliava incredibilmente. Era l’Epifania e le due amiche si imbatterono in un corteo di giovani danzatori con abiti tradizionali colorati che si stavano cimentando in una danza folle. I passi erano tutt’altro che semplici, gli uomini facevano capriole a terra, le donne muovevano le anche e le gambe veloci come lepri. La banda che li seguiva, formata solo da fiati, suonava una musica veloce e ripetitiva. Penelope ripensò a Libe, al Brasile, al samba. Capì che quello che le mancava di quella terra era proprio quello che stava vedendo in quei giovani danzatori e che non era mai stata in grado di trovare nella sua vita in Italia. Era lo spirito, era la leggerezza.

Mentre passeggiavano per le strade in festa di Sucre, Audrey si fermò a leggere un manifesto scolorito poggiato sul tavolo di un bar. C’era il circo in città.

Penelope non era mai andata al circo ed era consapevole che, se per una strana combinazione di eventi non avesse incontrato Audrey in quell’ostello, ora non si sarebbe ritrovata lì seduta sotto un tendone risso a strisce blu a vedere acrobati e pagliacci. Ma ora si trovava lì e, siccome era quella che analizzava sempre tutto, si sentiva più che pronta ad assorbire quello che sarebbe stato il prossimo insegnamento che la vita le aveva riservato.

Lo spettacolo durò un’ora e mezza, Audrey sembrava una bambina, non smetteva di applaudire e ridere. Penelope la guardò e pensò che quella risata era davvero contaggiosa ed era bello vedere qualcuno ridere, sempre. Così rise anche lei, e più rideva più si sentiva felice. Si guardò intorno e tutto il pubblico stava ridendo sonoramente. Il pezzo del pagliaccio finì e iniziò quello dei trapezisti, Penelope si tappò gli occhi con le mani.

«Ma che fai scema? Hai paura? E’ sempre stato il mio numero preferito!»

Disse Audrey estasiata saltellando da seduta.

«Sì, ho una paura tremenda!»

«Che sciocca! Invece è proprio lì, nel momento esatto del salto, che si concentra tutto il senso della vita, Penelope. Il trapezista decide di lanciarsi nel mare delle possibilità, dove il bene e il male sguazzano contenti come dei piranha, ma lui è pronto al dolore e alla morte tanto quanto lo è agli applausi e all’ovazione del pubblico. Quanta magia»

Penelope rimase impietrita, ripensò a quelle parole e non parlò fino alla fine dello spettacolo. Quando uscirono dal tendone Penelope si accorse che aveva lasciato la camicia dentro, così tornò indietro correndo. Poggiato sulla sedia di fronte a quella dove era seduta lei vide un libro  dalla copertina ingiallita, lo prese e vide che il titolo era in italiano. “Il lupo della steppa” di Herman Hesse. Che coincidenza, era un libro che aveva sempre voluto leggere ma che non aveva mai comprato. Per un attimo pensò di prenderlo, magari avrebbe ritrovato il suo legittimo proprietario oppure, sperava, poteva tenerselo per sè. Alla fine lo guardò per l’ultima volta e poi decise di lasciarlo lì dove lo aveva trovato.

Quella sera era l’ultima sera insieme ad Audrey, l’amica francese aveva un volo per Parigi il giorno dopo da Santa cruz. Penelope decise di accompagnarla in aeroporto, il ritorno in città fu come una doccia fredda. La città è graziosa, piena di portici, pensò di nuovo a Bologna, però dopo le montagne rosse di Tilcara, il verde più profondo della Bolivia e Justina fu impossibile per lei non sentirsi a disagio in quella giungla di cemento. Santa Cruz è come le altre città, pensò Penelope mentre si avvicinava col taxi all’aeroporto. Tornò a vedere insegne di negozi che aveva visto già infinite volte nella sua vita, a sentire odori e sapori che già conosceva, l’abbigliamento era uguale a quello che si poteva vedere a Milano, New York, Madrid e Tokyo, anche la pubblicità era la stessa. E se la pubblicità è la stessa significa che anche i desideri e i bisogni delle persone sono gli stessi, invece non è così, ce lo fanno solo credere, pensò. La curiosità della ragazza smise di ricevere stimoli, il suo sistema nervoso già conosceva tutto ciò che stava vedendo, era già preparato. Non doveva scoprire niente. Qual è l’origine di questa omologazione? Si chiese. Dove si trova il seme di questa diaspora culturale? E dove stanno finendo tutte le storie vissute dai vecchi boliviani?

Penelope salutò Audrey al gate con un abbraccio e poi lasciò Santa Cruz per andare a Tarija, vicino al confine con l’Argentina, il piano era riposarsi tre giorni tra i vigneti per poi riprendere il viaggio per Montevideo dove l’aspettava l’aereo per tornare a Roma. Attraversò la frontiera tra Bolivia e Argentina su una barca in un piccolo fiume in mezzo alla foresta. A Oran, a un’ora dal confine, prese un autobus per Rosario, la città natale di Che Guevara, il viaggio durò un giorno intero. Rosario somigliava a Santa Cruz. Durante quella sosta durata una notte ripensò all’ultimo mese di viaggio, a quanta terra aveva visto e anche a quanto cemento. Santa Cruz, le avevano detto, vuole somigliare a Buenos Aires e Buenos Aires vuole somigliare sempre più all’Europa. E l’Europa a chi vuole somigliare? Si chiese Penelope stesa sul letto dell’ennesimo ostello. Agli Stati Uniti forse?

Preferisco la terra al cemento, non esistono le valanghe di cemento, pensò.

La terra dei boliviani

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