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È il 1961 e a San Francisco l’aria sta diventando calda. I banchi di legno dell’aula magna della California Medical School, la più antica scuola di medicina degli Stati Uniti occidentali, sono ghermiti di studenti e professori che sono lì da ore per un convegno importante. Qualcuno sventola il taccuino a mo’ di ventaglio, qualcun altro inganna il sonno chiacchierando col vicino. Poi il relatore passa la parola all’ospite d’onore, un signore sulla settantina, magro, alto, con i capelli corti e grigi tirati indietro e gli occhi spalancati. È un famoso scrittore che, qualche tempo prima, aveva dato delle lezioni sulle “potenzialità umane” all’Istituto Esalen, centro di educazione umanistica alternativa. Dopo qualche parola sul misticismo, la percezione e la meditazione arriva una strana sentenza e, se fino ad allora qualcuno tra i giovani aspiranti medici si era permesso qualche distrazione, in quel momento tutti gli sguardi, di colpo, si rivolgono stupiti al relatore.

Lo scrittore aveva appena affermato che, secondo lui, in una delle prossime generazioni sarebbe sorto

“[..]un metodo farmacologico per far amare alle persone la loro condizione di servi e quindi produrre dittature […]; una sorta di campo di concentramento indolore per intere società in cui le persone saranno private di fatto delle loro libertà, ma ne saranno piuttosto felici”.

All’inizio quelle parole hanno un effetto impattante sulla platea ma, subito dopo, la febbrile incredulità che percorre tra gli sguardi del pubblico si trasforma in convinto scetticismo. Non sono passati troppi anni dall’ultimo conflitto mondiale e, sebbene ci sia l’ombra di conflitti atroci ma geograficamente lontani, nessuno riesce a immaginare uno scenario tanto crudele quanto stupido. L’uomo non ricreerebbe una società del genere con dittature e campi di concentramento dopo quello che è successo poco fa, in questo stesso secolo. Qualcuno ride, passando dallo scetticismo alla derisione, qualcuno trova sollievo pensando che, tanto, anche se andrà così, non toccherà a lui. Al massimo ci capiterà un suo discendente, un nipote o bisnipote, chi lo sa, ma ora non importa. Ora c’è la nostra vita, qui in quest’aula magnifica di quest’università magnifica. Banchi di legno scuro, sogni e aspettative, anch’essi magnifici.

Il relatore dagli occhi sbarrati era Aldous Huxley, uno scrittore britannico famoso per alcuni suoi romanzi distopici e per i suoi disparati interessi, che andavano dalla letteratura alla biologia, passando per il misticismo e il paranormale –e per l’assunzione di allucinogeni e altre droghe psicoattive. È al suo libro “The doors of perception” (Le porte della percezione) che si sono ispirati i The Doors per la scelta del nome della loro band. Dando uno sguardo alla sua biografia e al suo background familiare, si capisce subito che non era proprio uno qualunque e che, forse, non meritava quella dose di scetticismo, né tantomeno di derisione. Laureato prima in lettere e poi in scienze biologiche, figlio di uno scrittore e fratello di un biologo, sua madre, che veniva da una famiglia di scrittori, aveva conosciuto di persona Lewis Carroll. Insomma, sicuramente le sue parole non si possono liquidare descrivendo l’autore con aggettivi banali e sommari, del tipo “bizzarro” o “fuori di testa”.

E poi per noi, oggi, deve essere facile comprendere quelle parole senza giudicarle. È sempre così, quando ci sei dentro fino al collo è più semplice riuscire a osservare tutto quello che è rimasto fuori. Solo che, spesso, è troppo tardi e, quando finalmente riesci a osservare il famoso quadro d’insieme, le sabbie mobili hanno già limitato del tutto i tuoi movimenti. In questi giorni siamo bombardati da notizie, molte delle quali possono ritenersi tranquillamente delle non-notizie, in quanto prive di reali contenuti e informazioni o contenente informazioni di scarso valore (dal dizionario Treccani). Le nostre giornate sono dei dipinti aberranti circondati da una cornice ripetitiva e ridondante fatta di numeri, percentuali, dati, nomi e quiproquò. Stiamo assistendo a un ridisegno del mondo dove a muoversi non sono solo gli schemi di potere e quelli politico-sociali, ovvero tutto ciò che è tangibile e afferente alla nostra vita materiale su questo pianeta. A riformularsi è l’intero paradigma umano e, con esso, tutto ciò che ha a che fare col nostro lato più sublime: la psiche. Stanno cambiando –e cambieranno ancor di più- la nostra forma mentis, la nostra sensibilità, la nostra emotività e il nostro modo di concepire noi stessi e gli altri. In questo teatrino di follia, non potevano mancare complotti e profezie varie, teorie e scacciateorie, studiosi dell’ultim’ora e virologi all’ultimo grido, veggenti d’altri tempi e saltimbanchi laureati in tuttologia, scemi e furbi di ogni stirpe. Che meraviglia, il mondo.

Huxley, insomma, non è l’unico a essere stato riesumato in occasione del gran ballo del Coronavirus. C’è la profezia di Bill Gates, poi ci sono quelle del Papa Buono, della veggente Sylvia Browne e di James Howard Kunstler, scrittore e firma del New York Times, udite udite. Ce ne sono per tutte le salse, ottimistiche o meno, con o senza Apocalisse inclusa nel pacchetto. E molte di queste profezie hanno fatto diventare alcuni libri addirittura dei best-seller. Così, gli scaffali delle librerie sono stati letteralmente assaltati da lettori voraci e depressi che –ahimè- non entravano in una libreria dal 2012, dai tempi della profezia Maya, per intenderci. Questi strani luoghi dove si vendono questi strani oggetti di carta, improvvisamente, sono diventati meta prediletta di chi è alla ricerca di un pronto soccorso emozionale. Come una guardia medica o una parafarmacia accolgono chi ha dolori fisici, le librerie aprono le loro porte a poveri annoiati presi da attacchi di vacuità mentale.

Quando accade qualcosa di totalmente straordinario e imprevedibile, come nel caso dell’attuale pandemia, è più che normale e giusto che ci siano tanti modi di reagire quanti sono gli abitanti sulla Terra. Il problema, però, non è la reazione psicologica di per sé ma ciò che si accompagna ad essa immediatamente dopo con l’azione. Dato che, come tutti –anzi no, molti- ho a cuore il mio futuro e quello del Pianeta che ci è capitato, mi ritrovo di nuovo qui, come tante volte in passato, a riflettere e ad analizzare, a risignificare e fluttuare tra pensieri capricciosi con l’obiettivo di salvare la ciurma globale, la mia ciurma. Per fortuna, per agevolare il ragionamento abbiamo a disposizione diversi strumenti, uno di questi sono le categorie e il pensiero razionale –mio bel paracadute quando mi accorgo di star volando troppo alto. Ecco, tracciando un’immaginaria e forse inutile linea di distinzione, io vedo davanti a me due principali tipi di reazione a ciò che ci sta accadendo: da un lato c’è chi concentra tutta la sua riflessione attorno all’origine del virus o alla causa della situazione attuale –li chiamerò i “nostalgici” – dall’altro chi non può fare a meno di pensare alle conseguenze e al mondo che verrà –li chiamerò gli “avanguardisti”.

La categoria dei “nostalgici”, come dice la parola stessa, è costituita da persone che tendono a guardare al passato più che al futuro. Codesti individui preferiscono voltare lo sguardo per scrutare ciò che è stato rischiando, così, di perdere ogni occasione di riscatto offerta nel presente. Sono Orfei che, guardando indietro alla loro Euridice, non fanno altro che rigettare la loro amata nelle tenebre per sempre. In generale, si suddividono in “profezianti” e complottisti. Ai primi ho già accennato, i secondi suppongo non abbiano bisogno di presentazioni. Anche qui la tavolozza offre una varietà ampia e suggestiva di sfumature: si va dal sempreverde no vax al nero e tecnologico Bill Gates -chè, si sa, il nero sta bene con tutto, anche sottopelle- passando per i toni accesi degli Illuminati ai toni più decisi di un colpo di stato globale. In tutti i casi, i complottisti provano un’appagante sensazione nel rivangare fatti-cianfrusaglie del passato recente, o anche del presente, per inserirli a forza nel quadro attuale delle cose. Si divertono a decontestualizzare completamente gli avvenimenti giocando col meccanismo causa-effetto come fosse un aeroplanino di plastica –senza scia, ovviamente. È bene specificare che, a volte, il complotto c’è davvero e la Storia insegna che una buona dose di scetticismo nei confronti del sistema non guasta mai, anzi. Il problema qui non è tanto fidarsi o meno del sistema ma usare i mezzi giusti per riconoscere le sue falle e trasformarle in qualcosa di benefico. Non serve a niente individuare un complotto se, allo stesso tempo, non si fa niente di concreto per cambiare la situazione. I complottisti duri e puri –quelli che prendono tutto il pacchetto completo, per capirci- spesso costituiscono solo massa critica, senza far parte attivamente di nessun processo di ricostruzione sociale o di dibattito politico.

Del club degli “avanguardisti”, invece –per chi non l’avesse capito, il mio schieramento del cuore- fanno parte tutte quelle persone che, motivati dall’urgenza e dalla gravità della situazione, non possono fare altro che rimboccarsi le maniche e riparare ai danni del passato e del presente. Gli “avanguardisti” hanno compreso che il vero nodo della questione sta nelle conseguenze e nella grande opportunità di questa tragedia. Certo, per riparare un danno bisogna andare a scovare la radice del problema che, spesso, è indietro nel tempo, in pratiche e operazioni sbagliate e perpetrate negli anni, come nel nostro caso. Tuttavia, se dobbiamo cercare e studiare le cause di questa grande crisi guardando nel passato, allora facciamolo con senno e non abbaiando alla luna ignorando i veri problemi. Ma, soprattutto, facciamolo con i più potenti strumenti che abbiamo tra le mani: la politica, l’arte e lo spirito, gli stessi che suggerisco nel romanzo “La mia estinzione” –scritto anni fa e, per pura coincidenza, uscito solo ora.

Dato che, come abbiamo detto, le categorie ci facilitano a sviluppare ragionamenti più chiari, abbineremo a ognuno di loro una funzione. Lucia Helena Galvao, direttrice di “Nova acropole Brasil”, una scuola di filosofia brasiliana, in una delle sue lezioni filmate e messe a disposizione in rete, spiega chiaramente la distinzione tra corpo, anima e spirito. Immaginate una collana di perle, secondo la Galvao la singola perla è il nostro corpo, il segmento di filo che passa in una determinata perla è la nostra anima, mentre l’intero filo che passa dentro tutte le perle è lo spirito. Credo che mai nessun concetto filosofico sia stato spiegato con una metafora più chiara e illuminante. Partiamo dallo spirito, il più alto nella piramide degli strumenti. In esso è raccolto tutto ciò che è universale e inafferrabile, è un filo nascosto che tiene su l’intera impalcatura seguendo leggi a noi incomprensibili. Nel nostro caso, la funzione dello spirito è quella di aiutarci a comprendere come questa storia della quarantena, in realtà, non abbia a che fare solo con l’assenza di ogni forma di socialità ma anche con qualcosa di più ancestrale e antico.  Il nostro oggi è come un punto di non ritorno, un rimbalzo temporale che ci fa catapultare indietro di anni luce, fino al Bing bang. Non è un evento qualsiasi, non è una pagina di un libro di Storia o un servizio del telegiornale della sera. Scommetto che molti di voi, come me, abbiano la sensazione che tutti gli eventi storici vissuti nelle nostre vite fino ad ora siano stati solo il preambolo di ciò che sta accadendo nel mondo in questo momento. Insomma, è come se un po’ ce l’aspettassimo tutti. Questo inconscio collettivo, per dirla con Jung, è lo Spirito. All’improvviso ci ricordiamo che siamo legati l’uno all’altro e, a riconsegnarci questa consapevolezza perduta, è la Natura stessa, con i suoi virus, la sua chimica e le sue goccioline. Ed ecco, quindi, la grande lezione dello Spirito: il filo della collana di perle non si romperà mai.

Scendendo dalla piramide, sotto lo spirito troviamo l’arte, il segmento di filo che è dentro di noi e che coincide esattamente col nostro cuore. L’arte è tutto ciò che ci eleva dalla materia e ci dona la sensibilità giusta per capire un altro aspetto importante di questa crisi: il valore della bellezza. Grazie a questo evento epocale tutti noi stiamo riformulando le nostre priorità e ridando valore a cose che avevamo lasciato sommerse per la fretta di andare avanti. Stiamo riscoprendo l’ozio e con esso, come accadeva nell’antichità, la bellezza. La lezione dell’arte è quella di imparare a perdere tempo e a perderci nel tempo, da soli, con un complice, senza bussole e lancette, solo perderci nel suo labirinto. La cosa davvero strana, infatti, è che nonostante la tristezza tutt’intorno, le morti, la carica virale dell’aria, gli ospedali pieni, a tratti mi sento felice. La mia frenesia nel voler riempire per forza il tempo sta gradualmente lasciando spazio al piacere del silenzio. La vera scoperta è che forse ho capito come fare mio il silenzio intorno, respiro lentamente e poi comincio a immaginarlo come un qualcosa di materiale, una sostanza che posso benissimo assorbire e fare mia. Lo riscopro fluido organico e penetrante che quando arriva al cuore mi fa sentire leggera, poi, quando giunge alla testa, la leggerezza diventa pace definitiva. E questa pace è lo stato d’animo ideale per combattere qualsiasi lotta perché è inutile protestare contro il lato oscuro della società se prima non si è entrati in connessione con i propri mostri. In un’intervista Alda Merini disse che “una delle prerogative del poeta […] è non discutere mai da che parte venisse il male”, disse anche che dopo averlo accettato, il male per lei è diventato “un vestito incandescente. È diventato poesia”. Per questo bisogna perdonarsi e perdonare, perché ciò che sta accadendo al mondo è soprattutto colpa nostra. Solo dopo questa redenzione saremo capaci di agire e fare la cosa meno ingiusta. È così, l’arte e la serenità che ne consegue sono il presupposto dell’azione concreta, ovvero la politica, il terzo strumento.

La politica è la perla della collana, è il nostro corpo ed è il corpo delle nostre azioni. Con le nostre braccia issiamo asce per abbattere alberi e disboscare foreste madri, con le nostre mani creiamo dighe e accumuliamo cemento, con i nostri corpi blocchiamo altri corpi in alto mare e costruiamo frontiere. Con i nostri corpi consumiamo, divoriamo tutto, compriamo cose inutili, strappiamo e chiudiamo imballaggi di plastica, ogni santo giorno. Con i nostri corpi, e ignorando quel segmento di filo luminoso dentro di noi, tessiamo ogni santo giorno la nostra incompatibilità con l’ambiente e con chi ci sta vicino. Ogni nostro singolo movimento lascia un’impronta eterna sulla Terra e ogni cosa che abbandoniamo al suolo è un seme che germoglierà. Stiamo raccogliendo i nostri frutti e questa pandemia segna solo la fine e l’inizio di una nuova stagione, sta a noi decidere cosa vogliamo piantare per il futuro. La politica, insieme all’arte, ci restituisce il peso delle nostre coscienze, ci fa capire che non è solo colpa di chi è lì in cima ma è anche colpa nostra, mia, tua, di tutti, di ogni perla e di ogni corpo.

La pandemia che stiamo vivendo è un evento talmente radicale che qualcuno potrebbe benissimo scambiarlo per la Rivoluzione tanto agognata. Ma come si fa a riconoscere un evento rivoluzionario da un evento storico ordinario? Mi verrebbe da azzardare una risposta: dopo il primo niente torna come prima e ogni aspetto della vita passa attraverso un processo profondo di risignificazione, sia dal punto di vista spirituale che politico.  La crisi attuale è senza ombra di dubbio globale ma, oltre ad essere globale, sembra avere tutte le carte in regola per essere anche una vera e propria rivoluzione. È traumatica, ovvero improvvisa e piuttosto rapida, ed è anche radicale; inoltre, ha in sé un meccanismo violento di distruzione-ricostruzione in grado di produrre cambiamenti permanenti e strutturali. In passato, ci sono stati pochi eventi con entrambe queste caratteristiche –universalità e radicalità- per questo gli “avanguardisti” hanno tutto il diritto di pensare che questa crisi è un’occasione da non perdere. Un attacco terroristico, per esempio, è molto violento e improvviso ma è circostanziale, non riguarda ogni individuo o, perlomeno, non riguarda tutti gli individui della Terra allo stesso tempo. Quindi, per quanto possa produrre grandi cambiamenti in una società circoscritta, avrà difficilmente conseguenze permanenti su tutta l’umanità. Una scoperta scientifica, invece, riguarda tutti indistintamente ed è, più o meno e a seconda del livello di progresso del paese, universale. Però, non è impattante, non intacca la nostra vita quotidiana schiacciando e soppiantando improvvisamente le nostre vecchie abitudine. È un evento più fluido che lascia spazio e tempo alle critiche e ai contrasti. Pensate, per esempio, a tutte le invenzioni tecnologiche degli ultimi due decenni, prendiamo in mano un tablet o un nuovo cellulare all’ultimo grido e ci sembra di averlo sempre avuto tra le mani perché, in fondo, molto simile al vecchio modello e, quindi, facile da assimilare. Questo si chiama progresso, non rivoluzione, ed è un lento e graduale andare sempre avanti senza che ce ne accorgiamo. Il progresso scientifico segue l’evoluzione umana, entrambi proseguono allo stesso ritmo senza clamore e confondendosi tra di loro. L’altra faccia del progresso e dell’evoluzione è la Rivoluzione. Questa parola deriva dal latino “revolutio” e significa rivolgimento, ritorno. Ritorno. Tutto ciò che ci fa fare un giro completo e ci fa ritornare alla sorgente -allo spirito- è, quindi, rivoluzionario.

Leggo e sento di complotti e profezie tutti i giorni. Ne sono anche affascinata, terribilmente affascinata. Ma dopo mi volto e torno a guardare avanti. E avanti a me vedo la bellezza delle azioni compiute con la purezza tipica di ogni vero rivoluzionario. Vedo l’associazione Ya basta, il collettivo Làbas e il Tpo che con la loro campagna di crowdfunding creata sulla piattaforma “Produzioni Dal Basso” raccolgono fondi per l’acquisto di cibo e generi di prima necessità da destinare a persone senza fissa dimora girando in bici nella città di Bologna. Vedo artisti di ogni livello, associazioni ambientaliste, ong e collettivi alle prese con azioni di solidarietà e di protesta, sperimentando nuovi schemi di ristrutturazione umana e sociale. Le staffette di Bologna, per esempio, sono finite in tv nella trasmissione de La7 “Propaganda Live”. Non capita spesso, purtroppo, di accendere la tv e vedere prodotti di qualità, quanto sarebbe bello, invece, se tutti i mezzi d’informazione di massa parlassero solo di questo tipo di operazioni? E invece dobbiamo sorbirci ancora trasmissioni e personaggi spazzatura che, imperterriti, continuano a ignorare la loro parte in causa, come se non sapessero che, con i loro prodotti culturali abietti, hanno contribuito al declino morale e fisico che stiamo vivendo ora.

Come afferma il famoso attivista e filosofo Paul B. Preciado nel suo articolo “Le lezioni del virus”, uscito su Mediapart e riportato in un numero di Internazionale, “tutto questo potrebbe essere una brutta notizia o una grande opportunità […] oggi più che mai bisogna inventare nuove strategie di emancipazione cognitiva e di resistenza, avviare nuove forme di antagonismo”. Anche lui, come molti, pone l’accento su una nuova forma di coscienza che concepisca un nuovo equilibrio tra tutti gli esseri del pianeta (il nostro caro Spirito, il filo). Preciado usa un’espressione incantevole quando scrive che abbiamo bisogno di un “parlamento di corpi planetari”. L’attivista spagnolo afferma anche che la guarigione non può che essere un “processo di trasformazione politica” (la nostra cara e vecchia politica, il corpo). Il suo articolo si conclude con un invito ai lettori a usare “il tempo e la forza del confino per studiare tradizioni di lotta e di resistenza delle minoranze che fino ad oggi ci hanno aiutato a sopravvivere. Spegniamo i telefonini […] facciamo il grande blackout di fronte ai satelliti che ci osservano e riflettiamo insieme sulla rivoluzione in arrivo” (grazie al nostro cuore, il piccolo frammento di filo).

Diventiamo tutti “staffette” di solidarietà. Il potere dell’esempio, d’altronde, rimane sempre il più forte. Ognuno scelga lo strumento a sé più affine e lo impugni con fierezza. Io impugnerò l’arte e una penna –a volte anch’io cado nella trappola della nostalgia. Insomma, forse gli studenti di medicina, quel giorno del lontano 1961, non diedero peso alle parole di Huxley perché, all’epoca, saranno suonate loro come un complotto. Chissà, forse se gli avessero dato retta, a lui come ad altri “autori” di vecchie profezie, molte cose si sarebbero potute evitare, oppure le parole di Huxley, in realtà, non si stanno realizzando e mai lo faranno, ed è troppo presto per dire se aveva ragione o no. Facciamo bene ad essere complottisti e anti-complottisti? Facciamo bene a subire il fascino delle antiche profezie o a deriderle? Chi lo sa, il tempo è l’unico vero grande maestro, noi, al massimo, possiamo fare del nostro meglio per sfruttarlo a nostro favore e vivere in armonia. Per fare questo, però, dobbiamo comprendere che non possiamo farcire il tempo solo di cose grasse, di cose sostanziose e ingombranti che occupano deliberatamente la nostra mente senza chiedere il permesso alla nostra coscienza. Ora più che mai dobbiamo metterci in azione per generare bellezza a non finire, non bellezza usa e getta ma bellezza permanente. Perché alle rivoluzioni interessa di più l’ingenuità delle cose eterne. Se le vostre giornate vi sembrano un buco da colmare, da imbottire a tutti i costi, se i silenzi e l’inazione vi fanno così tanta paura da portarvi letteralmente nel panico, agite. Certo, l’ozio non ci mostra sempre la bellezza delle cose, a volte può offrirci il negativo della pellicola della nostra vita. A volte l’esistenza ci sembra una scritta tratteggiata dove alla compiutezza e al tratto deciso delle singole operazioni quotidiane si alternano le sospensioni e i salti nel vuoto dei momenti di noia. In questi momenti di sconforto guardate avanti, avanguardisti, e agite. Fate tutto ciò che dovete fare col cuore, tenendo in mente l’intero filo della collana di perle.

Le Perle e il Corona

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