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BRASILE. NOVEMBRE 2017

Se dico Salvador de Bahia qual è la prima cosa che vi viene in mente? Prima di visitarla non avevo mai fatto alcun tipo di ricerca su questa città, tantomeno avevo provato ad immaginarla. Sì, certo, un paio di immagini strappate chissà da dove ce l’avevo: colori, mare, sole, tanto sole, persone sedute sui gradini per strada, possibilmente con pochi centimetri di indumenti addosso, e poi musica ovunque.

Ecco, Bahìa è esattamente così. Forse di più. Sin dal primo momento l’energia di Salvador mi avvolse letteralmente, come due braccia forti che non ti lasciano andare via. Capii subito che Salvador è una di quelle città che ti catturano, è pericolosa. Il giorno dopo il mio arrivo ero già immersa in quella marmaglia di rumori e avvenimenti, c’ero già dentro fino al collo. Avevo prenotato in un ostello nel centro storico della città, Pelourinho, dove arrivai solo alle dieci di sera, stanca morta e dopo un viaggio di dodici ore. Il ragazzo alla reception era più o meno mio coetaneo, parlava benissimo italiano, aveva vissuto cinque anni a Brescia, sua mamma era brasiliana e suo padre francese. Jonathan mi offrì subito una caipirinha di benvenuto e poi mi accompagnò nella camera che avevo prenotato. Il mio vicino di letto a castello nel dormitorio a dieci posti era Jacopo, un ragazzo italiano in viaggio anche lui per il Sud America, anche lui appena atterrato a Bahia. Jacopo fece passare solo dieci minuti tra il primo sorriso e un invito a una grigliata per il giorno dopo. Gli avevano dato il contatto di un certo Paolo, un italiano emigrato in Brasile sette anni prima, nel caso avesse avuto bisogno di aiuto o suggerimenti. Così Jacopo lo contattò subito e il milanese di adozione brasiliana lo invitò subito per una grigliata a casa sua.

Paolo viveva in una villa con piscina con sua madre e la sua anziana nonnina. C’era musica dal vivo, ovviamente, chitarra e cajon e gente che ballava bevendo cocktail o birre, sembrava tutt’altro che una festa intima. Durante la grigliata io e Jacopo conoscemmo Vivian, un’autoctona di trentun’anni anni, avvocato, bella, la faccia del Brasile. Vivian dopo neanche mezz’ora di conversazione -in una lingua che era un misto tra l’italiano e lo spagnolo- mi invitò a stare da lei; viveva da sola e voleva compagnia, non voleva che le pagassi l’affitto, ci mancherebbe, voleva solo aiutarmi. “Voce tem uma boa energia” . Mi dice a Penelope che ho una buona energia ed è per questo che non voleva niente in cambio. Chissà cosa voleva farci con la mia energia allora. Ad ogni modo, io avevo già preso un impegno con l’ostello, prima di partire, per fare uno scambio: loro mi davano vitto e alloggio gratuiti e io davo una mano in reception. Insomma, all’inizio mi lasciai convincere, Vivian viveva in un appartamento all’interno di un hotel di lusso cinque stelle a Pituba, un quartiere ricco di Salvador, piscina jacuzzi e palestra gratis. E così la serata finì che ero a Salvador da meno di un giorno e mi ritrovavo già tra le mani la chiave di un appartamento a Salvador de Bahia. Insomma, il mio viaggio era appena cominciato e dovevo già prendere una decisione, io,poi che vado in tilt ogni volta che devo decidere se posare la forchetta a destra o sinistra del piatto. Alla fine decisi di rimanere nel mio bell’ostello a Pelourinho. Mi piaceva di più l’idea di svegliarmi tra case colorate e odore di acarajé, piuttosto che tra grattacieli metallici che nascondevano anche il sole.

Martedì è giorno di festa a Salvador, è l’unico giorno in cui era permesso agli schiavi di andare a messa durante l’epoca coloniale. I luoghi di culto degli afrobrasiliani un tempo erano i terreiros; chiamati così perché si trovavano sottoterra, negli scantenati delle case. Qui veniva praticata la religione candomblé, assolutamente bandita dai colonizzatori che, così, costrinsero gli schiavi a nascondersi per pregare e partecipare ai loro rituali. In quella che oggi è la piazza del Pelourinho, durante gli anni del colonialismo gli schiavi africani ebbero il permesso di costrure la loro “chiesa”; l’unica condizione era che avrebbero dovuto farlo da soli e, chiaramente, non durante le ore lavorative. Così, di giorno lavoravano per i padroni portoghesi e la notte costruivano la loro chiesa, impiegarono cento anni per costruirla. Un secolo. Oggi, ogni santo martedì, ci sono bande di percussioni per strada che con il loro ritmo selvaggio e antico riempiono tutte le stradine del centro, facendo rimbombare nelle pareti delle case, nell’aria, in ogni cellula un suono ancestrale, un suono che è il suono madre di ogni altro suono. I tamburi ti fanno sentire la terra sotto i piedi come nessun altro suono riesce. I tamburi ti richiamano le radici.

Un giorno io e Jacopo andammo a fare un giro con una guida del posto per tutto il centro storico, vedemmo le stanze dove venivano segregati gli schiavi, arrivamo nelle favelas e spiammo un mondo distante anni luce da quello a cui siamo abituati. Lì ti accorgi che la precarietà, quella vera, non è quella che stai vivendo tu. La vera precarietà è quella che ti smembra la psiche, ti fa impazzire, ti muta la personalità e l’anima. Non è solo mancanza di denaro e instabilità economica, no, qui la precarietà e essere pronti a scambiare la vita con la morte in uno schiocco di dita.

La sera di martedì andammo a ballare samba in un club. Qui incontro due ragazzi che avevo conosciuto l’anno prima quando raggiunsi la mia amica Martina Caironi dopo la sua vittoria alle paralimipiadi di Rio. Così io, Jacopo, altri ospiti dell’ostello e i due amici ritrovati, Matheus e Joao, passammo la serata seduti su una grande scalinata decorata con dei murales. Thiago, chiamato o poeta, è un amico di Matheus e Joao e con quella sua figura così esile e quella carnagione così chiara sembra arrivato da un altro pianeta. “Voce vai ficar aqui na Bahia”. Guardandomi negli occhi e dopo essersi tolto quel sorriso fisso dalle labbra, spara la sua sentenza, così, nel bel mezzo di un discorso. Mi dice che rimarrò l’ a Bahia . Ma perché? Perché molte persone decidono di rimanere a Salvador, gli chiedo. O poeta ha la risposta, ovviamente: il mondo ha un cuore e questo cuore è in Sud America, il Sud America, a sua volta, ha un cuore e questo è in Brasile, anche il Brasile ha un cuore e questo cuore è a Bahia, il cuore di Bahia, a sua volta, è Salvador e il cuore di Salvador è qui, a Pelourinho. La piazza di Pelourinho prende il nome dal palo della gogna dove gli schiavi venivano lapidati e giustiziati. Se respiri piano e ascolti bene le voci intorno a te, ti accorgi che tutto quello che è accaduto lì in quella piazza, in realtà, accade ancora. E’ reale. E Thiago ha ragione, il cuore è lì. Forse il cuore è sempre dove si soffre o si è sofferto di più.

Mercoledì sera, Jonathan, il ragazzo che gestiva l’ostello e che parlava perfettamente l’italiano perché è stato un giocatore professionista di basket a Brescia, mi portò a fare un giro in moto per tutta la città. Sfrecciava a tutta velocità e, così, davanti ai miei occhi scorrevano veloci l’oceano, le favelas, i ruderi e i palazzi moderni, i senzatetto e i ragazzini a petto nudo che corrono per strada.

I brasiliani, e soprattutto i baiani, hanno in sé sia lo spirito del colonizzatore che quello dello schiavo. Sono potenti, vigorosi, a volte ingannatori, come i coloni che li hanno sopraffatti. E sono anche africani, sono attaccati alle loro origini, sono arrabbiati e hanno la pelle dura. Nel loro sangue ci sono contrasti magnifici. Guerrieri nostalgici e romantici. Tutto questo è Salvador e anche di più, perché ci sono cose che, per capirle, hai bisogno di chiamare a te tutti i sensi. Leggere o ascoltare delle parole sembra proprio non bastare.

La pelle dura di Salvador de Bahia

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