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ALGERIA. MAGGIO 2016

Una lunghissima linea dritta tirata col righello. Quanto può essere lungo l’orizzonte? Una strada che sembrava senza fine andava dritta fino in fondo e si tuffava in quell’azzurro e quel giallo che occupavano prepotenti il tuo sguardo. Gli occhi bruciavano per la sabbia che si alzava, ecco perché qui girano tutti con il volto coperto, pensavo. La sabbia ti entra ovunque, è dappertutto, ti irrita gli occhi, ti ostruisce le narici. È il deserto.

Dal protocollo di Rabuni ci spostammo verso il villaggio di Smara. Il 31 maggio 2016, come ieri, come domani e come sempre, è un giorno speciale. Quando sei in esilio ogni giorno prende la consistenza dell’eternità. Il 31 maggio 2016, però, è un giorno di lutto nei campi profughi saharawi, nel profondo sud dell’Algeria al confine con la Mauritania e il Marocco; il loro presidente, il Rais, è morto. Mohamed Abdelaziz ha lasciato i “figli del Sahara”, i Saharawi, in mano ad Allah, come dicono qui.

Ero lì in uno dei cinque campi profughi e, anche se non la vedevo, tutt’intorno c’era l’enorme distesa del Sahara. Ero in uno dei posti più inospitali al mondo, per di più fuori dai villaggi il vento trasportava arrogante la spazzatura seminandola ovunque. Bottiglie, buste di plastica, carcasse di automobili, copertoni, elettrodomestici e mobili luccicavano sotto il sole del deserto. Un orrendo scarabocchio.

Furono giorni densi di pensieri, riflessioni e sensi spalancati. Capii tante cose, una di queste fu che la sofferenza spiata sugli schermi e sui giornali è solo un surrogato di un’emozione vera perché attraverso un medium non potrai mai vivere davvero. E se non la vivi la sofferenza non potrai mai capirla, e se non la capisci allora non potrai mai guarirla.

Ho fatto bene a partire; bisogna toccare, pensai, bisogna cercarla questa sofferenza.

Il protocollo nel quale ero “prigioniera” non era altro che una struttura circondata da una cinta muraria, con guardie armate all’ingresso e un coprifuoco che va dalle diciannove alle sette. Qui alloggiano tutti i cooperanti al sicuro da eventuali rapimenti o attentati; qui in questo protocollo, esattamente nella stanza dove ho dormito per le prime notti, alloggiò Rossella Urru, la ragazza che venne rapita nel 2011 da banditi mauritani e che fu liberata solo dopo otto mesi di lunghi trattati. Il poster con la gigantografia del suo primo piano che era attaccato dietro la porta della cucina me lo ricordava ogni giorno.

Ero solo al secondo giorno della missione quando si svolsero i funerali del Rais. Il corteo funebre partì dall’aeroporto di Tinduf e toccò tutti e cinque i villaggi: Smara, Rabouni, El Ayoun, Auserd e Dhakla. Sul ciglio dell’interminabile strada, che come un serpente si stendeva per decine e decine di chilometri nel deserto, centinaia di Saharawi aspettavano l’arrivo del corteo per porgere l’ultimo saluto al Rais. L’attesa durò ore ed ore.

La pazienza di questo popolo è un esempio che andrebbe seguito. Forse, acquisendo un po’ di quella lentezza l’intero mondo guarirebbe dalla malattia della frenesia. Erano tutti lì, immobili, qualcuno ogni tanto si sedeva a terra, faceva due passi, si sistemava il turbante. Il deserto sembrava seminato di tantissime formiche colorate. Tirava un vento incredibile, le melfe e i veli delle donne -che costituivano la maggior parte del pubblico- sventolavano in aria. Ci riparammo dalla sabbia accucciandoci accanto al fuoristrda di Mohamed e, con noi, altre donne con i loro bambini. Sguardo fisso all’orizzonte, ogni minimo movimento e cambiamento veniva registrato. Ecco il corteo, all’orizzonte si vedeva qualcosa arrivare scivolando velocemente all’interno del serpentone. Raggiunsi il ciglio della strada, non riuscivo a tenere il velo sulle spalle per il forte vento. Una vecchietta vestita di nero mi aiutò ad avvolgere il pezzo di stoffa intorno al busto, riuscendo a fare un nodo in un paio di secondi. Cantava qualcosa a bassissima voce e il suo volto non trafugava nessun tipo di espressione. Strinse il suo braccio intorno alla mia vita, continuando a cantare. Era una litania bassa, dolce, un lamento. Le sue parole sembravano contenere un rito. L’hassaniya, il dialetto arabo parlato dai Saharawi, era proprio così. D’altronde, gli arabi pregano con la musica; il Corano stesso, il testo letterario arabo per eccellenza, è stato scritto per essere cantato, non è altro che un testo musicale.

Un brivido partì dalla schiena, dove mi stava stringendo la vecchia, e mi arrivò fino ai piedi. Man mano che il corteo si avvicinava le voci aumentavano di volume, diventando quasi un coro. Iniziò un pianto unico, un pianto lungo quarant’anni.

Abdelaziz fu il fondatore, nel 1973, dell’organizzazione per l’autodeterminazione del popolo saharawi e per la sua liberazione dalla Spagna prima e dal Marocco poi.

Quel pomeriggio ricevemmo diverse telefonate dall’ambasciata italiana ad Algeri. Ci consigliarono di ripartire immediatamente; con la morte di Abdelaziz si era creato un vuoto di potere che aveva alzato decisamente lo stato d’allerta. Tutti i cooperanti lasciarono immediatamente i campi, io e Ivan, dopo varie telefonate e dopo aver indagato meglio tra le nostre conoscenze, decidemmo di rimanere. Io, dal protocollo, mi trasferii a casa di Mohamed; alloggiare nel villaggio ed essere suoi osipiti ci rendeva “intoccabili” e anche meno individuabili come target di eventuali attentati o rapimenti.

Il cielo nel deserto è differente. Ti sovrasta, ti possiede e di notte c’è solo lui. Passavamo le serate all’aperto, fuori casa di Mohamed, stesi a terra su dei teli colorati a fissare per ore le stelle.

Il cielo potrebbe bastarci, pensavo, e allora perché guardiamo altrove? Siamo un’umanità distratta, poco attenta, disossata, è l’essenziale che ci manca. Lì nei campi saharawi capii anche questo: che in fondo sono poche le cose che ci possono rendere felici.

Qui, ad esempio, il tempo è così pigro che le persone per riempirlo non fanno altro che bere tè. Il tè idrata sia il corpo che lo spirito nei campi saharawi. La sua preparazione può durare anche un’ora e la sua arte risale a circa duecento anni fa. La tradizione saharawi vuole che si bevano tre bicchieri di tè: il primo sarà amaro come la vita, il secondo dolce come l’amore e il terzo soave come la morte.

Tutto accade durante il rituale del tè; le grandi decisioni, le confessioni, le riflessioni, i saluti e le risate. Un pomeriggio, proprio mentre sorseggiavamo il solito tè, Mohamed decise di aprirsi e di raccontare una storia. La storia della marcha verde, la sua storia più importante.

Aveva dieci anni ed era sulle colline nel Sahara Occidentale mentre faceva compagnia al padre che pascolava il suo gregge. Il Sahara Occidentale è bello; c’è vegetazione, c’è l’oceano, c’è terreno coltivabile e il clima è sopportabile. È  anche una terra ricca di fosfati e la regione più pescosa di tutto il continente africano.

Mohamed era lì, sotto un albero, sommerso chissà in quali pensieri quando vide scorrere a valle un corteo di persone.

“Erano tantissimi, non finivano mai”

I suoi occhi proiettavano direttamente nella mia mente quello che stava raccontando. Era il 6 novembre 1975 e circa trecentocinquantamila marocchini disarmati e venticinquamila soldati invasero il Paese del bambino Mohamed per costringere la Spagna ad abbandonare la sua colonia.

1885, Trattato di Berlino: il Sahara Occidentale diventa ufficialmente protettorato della Corona di Spagna.

1975, di nuovo, con la Marcia Verde il Marocco prende il testimone e invade quella terra ricca e agognata da molti. Insomma, Mohamed e il padre scapparono a valle e si persero di vista, in mezzo a quel trambusto il bambino trovò i suoi vicini di casa che lo presero subito sotto la loro custodia e, insieme a loro e ad altri centocinquantamila Saharawi, scappò via dal villaggio, e dal villaggio ancora via, sempre più a est, verso il deserto. L’esodo di massa durò vari giorni.

“Ci furono bombardamenti al fosforo, rapimenti e uccisioni”

Alla fine si scavallò il confine con l’Algeria e, con l’aiuto dellOnu, furono allestiti degli accampamenti. Mohamed non ebbe notizia dei suoi per mesi, fino a quando non giunse la notizia che a Tinduf era arrivato il telefono. Periodicamente percorreva le decine di chilometri che lo separavano da quel telefono per vedere se il suo desiderio di risentire la voce di sua mamma si sarebbe avverato. Il giorno arrivò e sua sorella alzò la cornetta; ma quando Mohamed le chiese di parlare con la mamma questa ebbe una reazione estrema: inizialmente non volle parlare col figlio e si arrabbiò, urlava e diceva alla figlia di riagganciare la cornetta, poi si decise a prendere quel telefono e quando sentì la voce del figlio scoppiò a ridere, rideva ininterrottamente. E anche Mohamed rideva. Risero insieme per qualche minuto, poi parlarono. Fu il momento più bello.

E lo fu anche per me, fu un po’ il culmine del mio viaggio lì nel deserto. Quel pomeriggio, Mohamed, mentre sorseggiava i suoi bicchieri della vita, dell’amore e della morte, mi regalò un pezzo di sé, oltrepassò un muro e decise di avvicinarsi.

Ma Mohamed un muro lo oltrepassò davvero, un muro lungo quasi tremila chilometri; il più grande del mondo dopo la muraglia cinese. Il cosiddetto “Muro marocchino” che parte dal Marocco e sconfina in Mauritania, tagliando verticalmente a metà il Sahara Occidentale. Un muro alto tre metri, circondato da mine antiuomo e sorvegliato a vista da sentinelle posizionate a un chilometro di distanza l’una dall’altra. Il campo minato che corre lungo tutto il muro è il più grande al mondo. La costruzione di questa berna da parte del Marocco ebbe sei fasi, iniziò nel 1982 e terminò nel 1987. Pazzesco.

Dopo tantissimi anni, dopo essersi sposato e mentre la moglie era incinta del loro secondo bambino, Mohamed decise di intraprendere uno dei viaggi più importanti e anche più pericolosi della sua vita, quello di ritorno nei territori occupati. Così, partì all’avventura e dopo lunghi giorni di traversata nel deserto -durante i quali dovette pagare degli uomini al confine e anche un taxi abusivo- riuscì ad oltrepassare il “muro della vergogna” e riabbracciare i suoi genitori.

Con lui, quel pomeriggio, feci un viaggio nel viaggio. Un lungo tragitto nella memoria e nella storia di un popolo dimenticato.

Qui si sopravvive solo ed esclusivamente grazie agli aiuti umanitari esterni, i Saharawi sono totalmente dipendenti dalla cooperazione internazionale e questo a causa della terra ostile nella quale sono rifugiati. Varie realtà da tutto il mondo hanno attivato progetti per far sì che i Saharawi, non solo riescano letteralmente a sopravvivere, ma abbiano anche una vita dignitosa e impegnata. Per quanto riguarda i ben di prima necessità, invece, ad occuparsene è direttamente l’Unhcr che fornisce acqua potabile e viveri.

I Saharawi sono combattenti. Resistono da più di quarant’anni e chissà per quanti altri anni lo faranno.

Nel 1961, con la risoluzione ONU 1514, si sancì il diritto all’autodeterminazione per tutti i popoli decolonizzati. Il popolo saharawi fa parte di questa lista ma, nonostante questo, non è ancora riuscito a dire la sua, ad autodeterminarsi appunto. E questo perché, nel corso degli ultimi decenni, il Marocco ha sempre ostacolato questo processo, prima occupando militarmente e poi sabotando il referendum che, di fatto, nel corso degli anni è diventato lettera morta.

Così, ora, i Saharawi si ritrovano confinati in quell’angolo di terra con i loro sogni a metà. Un po’ qui e un po’ al di là del muro. E intanto il tempo passa e nuove famiglie nascono, le nuove generazioni conoscono solo le loro vite lì nei campi e, forse, si accontentano perché non conoscono alternative. Ma la cosa bella è che i genitori trasmettono loro la lotta, insegnano loro a non arrendersi a quella vita perché, più in là, c’è qualcosa di più grande e di più giusto per cui vale la pena rimanere in piedi e combattere.

“A volte penso non ci sia più speranza. Ormai…”

Le parole di Mohamed, mentre mi accompagna all’aeroporto di Tinduf spaccando il deserto con le grosse ruote del suo fuoristrada, hanno un significato. Lungo la strada vediamo i primi tralicci della corrente elettrica che lo Stato algerino sta costruendo in quel pezzo di deserto. Primo segno di sedentarizzazione. A breve questi villaggi da insediamenti temporanei diventeranno residenza definitiva di migliaia di persone.

Ma i Saharawi esistono, come esiste la loro repubblica, la Rads (la Repubblica Araba Democratica dei Saharawi), nata in esilio in Algeria nel 1976, rappresentata nell’Organizzazione dell’Unione Africana (Oua) e riconosciuta da quasi cento paesi nel mondo. La loro storia e la loro lotta esistono realmente, anche se non ci vengono bombardate quotidianamente dai vari mezzi di comunicazione di massa. Esistono i reati commessi contro di loro, esistono i soprusi, esistono i silenzi. Nel 1991, all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, qualcuno propose l’introduzione di un monitoraggio del rispetto dei diritti umani all’interno della missione Onu nei campi ma, ovviamente, questa proposta non fu accolta. Tra i paesi non firmatari la Francia. Ad oggi, la missione Onu continua ad occuparsi esclusivamente del mantenimento del cessate il fuoco senza contribuire in nessun’altra maniera alla lotta d’indipendenza saharawi macchiandosi, in questo modo, della colpa più grave: l’omertà. Il silenzio più assordante, quello dell’indifferenza.

Arrivammo all’aeroporto dopo aver passato le varie dogane presenti tra un villaggio e un altro, dove militari armati di bazuca controllano i vari passaggeri e si accertano sia tutto sotto controllo.

Atterrai a Roma in tarda mattinata, l’aeroporto era affollato, le persone intorno a me erano cupe, era come se mancasse loro qualcosa. Sarà forse il coraggio? Pensai. Forse è proprio questo che illumina gli sguardi delle persone. Con tutto quello che possediamo non abbiamo neanche più il coraggio di desiderare altro, di creare un pensiero alternativo.

E subito ripensai al deserto, a quel tappeto di sabbia così strano e affascinante dove, un po’ per disperazione e un po’ per noia, si riesce ancora a sognare ad occhi aperti. Dove, quasi per magia, si riesce ancora a percepire il rumore del tempo. Anche se, a pensarci bene, il tempo non esiste; artificioso e incontrollabile, il tempo è un’incognita a cui noi esseri umani cerchiamo di dare una misura facendo finta di dimenticare che, in realtà, le ore, i minuti, le date, i calendari non sono altro che una nostra invenzione per distrarci dall’inesorabile arrivo di ciò a cui non possiamo dare una spiegazione: la fine di ogni cosa. E lì, nei campi saharawi, l’hanno sempre saputo che il tempo non va preso troppo sul serio, ed è forse proprio questo che dà loro forza. La vita, l’amore e la morte sono attimi che vanno sorseggiati lentamente, come il tè. Sono gli unici attimi che scandiscono il tempo nel deserto.

Il tempo nel deserto

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