share

Apri, clicca, scorri, leggi, scorri di nuovo, zooma, scorri, chiudi. E’ durante una di queste operazioni -compiute subito dopo cena e prima di andare a dormire, quando inutili resoconti quotidiani ti fanno sentire per un attimo fulmineo tutto il peso del nulla cosmico- ecco, proprio nel momento subito prima di cadere in quel baratro, l’altra sera, sono incappata in una storia Instagram di llham Mounssif. Le dieci polpette di zucca che avevo appena ingurgitato mi si bloccano nello stomaco e, per mero istinto di sopravvivenza, torno a respirare interrompendo la mia lieve caduta quotidiana nell’abisso.
Avrete già sentito parlare di lei. Tra le notizie più recenti, è diventato virale il video in cui Ilham mostra la città di Wuhan tra ristoranti pieni e gente che passeggia senza mascherina. Nella città dove tutto ebbe inizio, tutto sembra essere già finito. E così, la giovane ambasciatrice culturale in Cina, mia amica, ci racconta come l’approccio dei “celesti” di fronte al virus sia di gran lunga più efficace da quello adottato da noi.

Wuhan


Ma la ragazza di origine marocchine non è la prima volta che balza agli onori della cronaca. Nel 2017 fece notizia in quanto, nonostante viva in Italia dall’età di due anni e si sia laureata qui con il massimo dei voti, le fu negata una semplice visita alla Camera dei Deputati perché ancora priva della cittadinanza italiana.
A farmi andare di traverso le polpette, quella sera, è stata una storia nella quale Ilham ammetteva di preferire un Trump a un Biden come futuro presidente degli USA. Ma come? Devo aver capito male. La conosco da poco ma so che è una persona piena di stimoli, conoscenze e spunti di riflessione originali, ci eravamo già fatte due chiacchiere quando uscì il mio pezzo Mappa fisica, che lei aveva rilanciato sul suo profilo. Stavolta, però, stentavo a credere alle sue parole. Così, la contatto e intavolo subito una discussione politica sul futuro degli Stati Uniti.
Ilham ammette di tifare per Trump. “Certo è patetico e inadeguato ma è ciò che serve per accelerare il declino dell’insopportabile impero Usa”. Insomma, lei è per un Trump kamikaze. Al che, mi sorge spontanea una domanda: ma siamo sicuri di poterci permettere una strategia politica tanto banale? Siamo sicuri che la Storia segua traiettorie tanto lineari da permetterci di prevedere tutte le mosse della scacchiera? Trump ha ritirato le truppe dal Medio Oriente (e la Palestina non conta?), Trump, seppur “nella sua inadeguatezza, ha spinto i leader delle due Coree a stringersi la mano” (e l’Iran? Perché usare due pesi e due misure?) Trump è la soluzione migliore per il “global south” (e il Messico, ad esempio, non è “south”?) Siamo sicuri di poterci permettere un azzardo del genere in un momento storico come quello che stiamo vivendo? Abbiamo abbastanza tempo a disposizione?
Ilham, come altri, è convinta che Trump porterebbe al declino dell’impero USA e che, quindi, poi vivremo tutti felici e contenti. E i suoi elettori e la cultura dell’odio che nel frattempo avrà prodotto, come li smaltiamo?
“Preferisco un Trump che almeno è franco e trasparente”.
Come se la coerenza fosse sempre degna e meritevole di lode. Certo, la squadra di Biden non è senza macchia e, come giustamente scrive Ilham, il prezzo da pagare per una vittoria di Trump è uguale “al costo che pagheremmo comunque, perché i Dem fanno sempre l’opposto di ciò che dichiarano”. Diamine, come darle torto? A questo punto della conversazione inizio a riflettere verso un’altra direzione. Immagino i Dem al governo e al loro neoliberalismo guerrafondaio e mi viene un brivido.


Sono finiti i tempi degli idoli politici, e su questo credo non ci siano dubbi. Men che meno negli USA, dove la politica gira schizofrenicamente intorno all’élite da sempre e -a causa di un sistema elettorale antidemocratico e obsoleto- la voce dei cittadini non corrisponde mai con quella di chi governa.
Edward Luce, giornalista del Financial Times, in un suo articolo spiega bene come le teorie costituzionali conservatrici dei repubblicani siano l’ostacolo più grande al progresso sociale del paese. Voler conservare e lasciare intatta una Costituzione vecchia di 233 anni è come ammettere di essere disposti a farsi operare da un medico che segue i manuali di chirurgia più antichi, come sostiene Rosa Brooks, docente di diritto a Georgetown. Ebbene, mister Trump e compagnia bella, pur di conservare il loro potere e prestigio, si aggrappano a questo vecchio pezzo di carta senza capire che, in questo modo, non faranno altro che distruggere il loro paese, proprio come accadde all’Impero Ottomano.
Quindi, ripenso a un eventuale Trump presidente e mi vengono due brividi: uno per il viscido sistema neoliberale (e guerrafondaio) da lui sostenuto e l’altro per il declino culturale e intellettivo che, a domino, partirà dagli USA e farà precipitare nell’ignoranza il resto del mondo. Insomma, parlare di un Trump “kamikaze” credo riduca la questione in termini troppo semplicistici. Per intenderci: gli USA si stanno già avviando verso l’autodistruzione. Se l’obiettivo è assistere al collasso della loro potenza, allora non importa tanto Dem o Rep, quanto la volontà politica dell’élite nordamericana di aggiornare la Costituzione. E’ lì che si insinua il vero motore del cambiamento. Se continuerà a sussistere questo sistema elettorale, gli USA cadranno comunque in un girone infernale che vedrà la fine della loro democrazia. Si deduce, quindi, che a nulla servirà aver migliorato la politica estera (come i sostenitori di Trump affermano) se ciò che gli USA continueranno ad esportare sarà un sistema neoliberale putrido e dannoso. Non bombardi il Medio Orienti ma fomenti altre guerre e tragedie umanitarie non appoggiando le lotte contro il cambiamento climatico, ad esempio. Causi migranti e catastrofi climatiche, morti per razzismo dentro i confini del tuo paese, per non parlare delle stragi in Palestina. Scagli la prima pietra chi è senza peccato.

Quando dicono che l’analisi politica necessita di obiettività e disaffezione, io intendo proprio questo: avere la capacità di avere una visione d’insieme e non guardare solo a un’aerea del pianeta. Bisogna capire che se il sistema non lo cambi nella sua parte più profonda difficilmente risolverai tutte le altre questioni collaterali (guerre, crisi economiche, cambiamento climatico, ecc.)
Come sostiene Luce, il problema è che “nessuna delle sfide che gli USA affrontano oggi -la crisi climatica, gli stravolgimenti demografici, la competizione con la Cina- potevano essere previste da chi scrisse la Costituzione. Fu proprio in previsione dell’imprevedibile che Thomas Jefferson, il più poetico dei padri fondatori, disse che la costituzione andava cambiata ogni generazione”.
Arrivati a questa conclusione, dunque -ovvero che gli Stati Uniti si autodistruggeranno se non modificano la carta dei padri costituenti- si può proseguire alla domanda successiva: tra Rep e Dem chi propone o ha mai proposto riforme costituzionali? La risposta è: i democratici. Ora, chiedersi se la modificheranno davvero o no è inutile, è chiaro che tutto dipenderà dai prossimi anni e dall’ostruzionismo che i Repubblicani faranno al Congresso. Scegliere una via che già conosciamo -Trump- per non avventurarci in quella nuova -Biden- equivale ad avere un atteggiamento conservatore e “originalista” (come viene chiamata la dottrina secondo cui i limiti del fattibile sono definiti dalla Costituzione originale). Non possiamo ignorare il fatto per cui, purtroppo, i risultati delle elezioni del gigante oltreoceano detteranno la tendenza della politica globale. Se tifiamo Trum allora dobbiamo anche accettare l’avanzata dei neofascismi in giro per il globo.
Alla base della vittoria di Biden c’è anche la sinistra antifascista (perché quella di Biden non è sinistra, e su questo siamo tutti d’accordo), c’è anche l’antagonismo politico, che non è in nessun altro partito o coalizione negli USA. Ritengo essenziale riuscire a scorgere le differenze -anche se minime- tra un criminale come Trump e un Biden che, anche se non si può chiamare di sinistra, almeno ha qualcuno che lo è che gli sussurra nell’orecchio. La sinistra verrà ascoltata, non verrà ascoltata, non lo so. Ma perché non darle la possibilità di parlare, per una volta? Chi è che sussurra alle orecchie di Trump?
Biden ha vinto e, sempre come scrive Luce, lo scenario futuro più probabile sarà quello di una “crisi costituzionale a lenta combustione”. Saremo in grado di essere pazienti e non schierarci accanto al nemico al nostro primo capriccio?

Trump e la sua combriccola di amici mafiosi


Ecco, quelle polpette stavano quasi per soffocarmi non perché io avessi avuto la lucidità istantanea di fare un ragionamento logico e politico in pochi millesimi di secondo (quando invece sto impiegando ore a metterlo per iscritto). E’ chiaro che c’è qualcos’altro che mi ha fatto andare di traverso quelle palline arancioni. Si tratta di una sensazione che si rifà a un qualcosa di impronunciabile, che scorre silenzioso tra tutti noi senza che nessuno sappia dargli un vero nome. Non è un fatto reale, non è una bandiera o un nome, non usa i nostri alfabeti, ecco, forse è qualcosa che si avvicina a ciò che chiamiamo “buon senso”. Io lo chiamo anche “senso del limite” e, sempre più spesso, è un fattore che non prendiamo in considerazione quando invece è di fondamentale importanza, soprattutto nel momento in cui parliamo di politica e società.
Il senso del limite si sovrappone all’intelligenza, ad esempio, quando solleva una questione: ma ciò che sto per affermare, che conseguenze avrà a lungo termine? Dicendo “preferisco Trump” a chi sto dando il mio carburante ideale? Chi sto appoggiando davvero? Se appoggi Trump, appoggi i sostenitori di Trump. Lui può anche morire, sparire dalla scena politica ma, a quel punto, cosa ne fai dei “trumpiani”? Li metti sotto il tappeto? Per migliorare la cultura di un popolo devi lavorare su livelli complessi (le leggi, la Costituzione, l’educazione) e non su strategie da Risiko. Se sostieni l’ignoranza questa prima o poi tornerà indietro come un boomerang e divorerà anche te. Le nostre azioni sono specchio della nostra anima.
Se vogliamo lodare la coerenza di Trump, allora iniziamo anche noi ad essere coerenti. Altrimenti che senso ha continuare a parlare? Siamo coerenti con noi stessi, con ciò che siamo davvero.
Altro pasto, altro rigurgito. Questa volta, il fattaccio accade a pranzo. Solita story, solito social e solita amica. E’ il 6 novembre e Ilham commemora questa data speciale per il ricordo di un “evento che ha contribuito a formare l’identità del nostro Paese in maniera pacifica”. Si riferiva alla famosa Marcia Verde durante la quale, secondo lei, “350 mila persone disarmate hanno sfilato nel deserto per la fine dell’occupazione del governo spagnolo nel Sahara Occidentale”. Peccato che per l’intera comunità internazionale (e non solo quella filo-occidentale), per le vittime di questo “pacifico” corteo avvenuto tra bombe al fosforo e milizie armate, per chi conosce la storia dei fatti reali, per tutti insomma, la Marcia Verde è sinonimo solo di invasione illegittima di un territorio libero. Ora, questa non è la sede opportuna per spadellarvi la questione saharawi del Sahara Occidentale (qui il racconto della missione nei campi profughi in Algeria a cui ho preso parte), tra l’altro noiosa e banale come quella israelo-palestinese (sì, proprio lei, quella storiella che infervora l’animo del dolce Trump, a proposito delle politiche estere giuste dei Rep). Facciamo così, la faccenda interessante ve la racconto in un altro articolo, per ora vi di dico soltanto che la frase nella story di Ilham sarebbe dovuta essere più o meno così: ” [la Marcia Verde] è un evento che ha contribuito a formare l’identità del nostro Paese in maniera pacifica più che violenta, invadendo senza alcuna legittimità la terra di un popolo che viveva lì da secoli e che, per questo, è stato costretto a fuggire in Algeria, provocando un esodo di massa di decine di migliaia di persone […] 350 mila persone disarmate hanno sfilato nel deserto per a seguito della fine dell’occupazione del governo spagnolo nel Sahara Occidentale e, successivamente, hanno costruito un muro lungo più di mille chilometri per non permettere ai Saharawi di tornare nella loro terra”.

La linea rossa rappresenta il lungo muro costruito dai marocchini


Le preposizioni sono importanti, le parole sono importanti, i fatti lo sono ancor di più. Per noi argonauti virtuali e, ancor di più, per chi ha un pubblico vasto, dare il giusto peso alla comunicazione è estremamente delicato. Bisogna essere cauti, camminare come un elefante in un negozio di cristalli. E’ importante capire che le parole corrispondono alle azioni. Una parola sbagliata può essere un’arma contundente.
Ovviamente, piccole sviste e mancanza di conoscenza storica possono sempre accadere. Io ho tanto da imparare da una ragazza come Ilham, il cui bagaglio di conoscenze in fatto di geopolitica è straordinariamente vasto -a proposito, seguitela e arricchitevi cliccando qui– e anche lei avrà tanto da ascoltare quando riusciremo, finalmente, a vederci davanti a un bel caffè e riuscirò a raccontarle la mia esperienza nel Sahara. Purtroppo, le piattaforme virtuali ostacolano spesso una comunicazione sana e genuina e lasciano troppo spazio a malintesi e amarezza. L’importante è cercare sempre di capire l’altro e dibattere con maturità. E io, in Ilham, ho trovato un’ottima compagna di dibattiti colorati e appassionati.

Anche se solo virtualmente, è bello incontrare persone così, in grado di mettere le proprie idee in discussione, scoprirsi friabili e temporanei, come un pezzo di cioccolato di Modica. Spesso godiamo così tanto del nostro punto di vista da avvinghiarci ad esso come sanguisughe, ci compiacciamo, non lo stuzzichiamo mai, ce ne innamoriamo. Arriviamo a un punto che ci alimentiamo solo delle nostre opinioni. E invece dovrebbe essere il contrario; sono le idee che dovrebbero cibarsi di noi, dovrebbero sorvolare sulle nostre menti, impollinarle e andare via, per lasciare spazio ad altre idee, come fanno le api con i fiori.
Affinché non impariamo a praticare l’ascolto attivo, a saperci confrontare, a mettere in discussione tutte le nostre certezze, a cogliere insegnamenti dalle cose che ci accadono e a rimescolare le nostre piccole verità, quest’umanità non ci regalerà mai belle vittorie.

Intanto Biden ha vinto, forse non è ciò che chiameremmo una bella vittoria, ma pur sempre di vittoria si tratta.

Ciao Ilham, al nostro prossimo derby. Comincerò a leggerti lontano dai pasti, amica!

Il senso del limite

Post navigation


One thought on “Il senso del limite

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *