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Ci sono due tipi di gesti umani. I primi viaggiano solo attraverso il contatto diretto tra individui e sono quelli a cui non possiamo rinunciare, come i sentimenti. Gli altri, invece, sono quelli che possono permettersi mediazioni e filtraggi lunghi perché, in fin dei conti, coinvolgono elementi utili ma non indispensabili alla vita, come il denaro.
Quando questi due gesti vengono confusi e, per esempio, ci si illude di poter fare solidarietà usando i canali inquinati della finanza o, al contrario, si prova a dare al denaro un valore mistico, tutto perde di significato.
E’ quello che succede con alcune truffe finanziarie, come quella che si nasconde dietro il nome di Tessitrici di Sogni. In realtà, questo schema truffaldino è vecchio di decenni e ogni tanto cambia nome e linguaggio per arrivare a fette di società sempre nuove e diverse.
Sono ormai diverse le amiche che mi hanno invitata ad entrare in questo “mandala” delle donne. Come era prevedibile, in tempi dove si è soliti strumentalizzare ogni messaggio e la libertà è innalzata a stendardo in lotte che nulla hanno a che fare con la giustizia, il cosiddetto schema “Ponzi” è riuscito a infiltrarsi anche all’interno di movimenti femministi.

Frame del video “Tessitrici di sogni”

Questo schema, detto anche truffa a piramide, si basa sulla circolazione di un messaggio di reciproco aiuto, “un dono” in denaro, che torna indietro moltiplicato per otto.
Nel caso delle Tessitrici di sogni, ovviamente, il tutto è infarcito con discorsi di solidarietà tra donne, fiducia reciproca e lotta al sistema patriarcale. Quella che si chiama anche “ruota della fortuna” qui si chiama “mandala”; si tratta di un vero e proprio “schema circolare e infinito”, come viene chiamato nel video di presentazione delle tessitrici. “Quando entri nel movimento tu, insieme ad altre sette donne, sostieni il progetto della donna che è al centro del mandala con un regalo unico di 1440 dollari. Anche lei aveva fatto precedentemente lo stesso regalo”.
Quando inizi sei “fuoco”, perché dai carburante per aiutare un’altra donna a realizzare un suo sogno o progetto personale. Quando arrivi al centro del mandala e ricevi il denaro ottuplicato diventi “vento”, dovrai, cioè, soffiare sulle altre donne il messaggio cercando di coinvolgerle all’interno del mandala.


Sempre nello stesso video, si parla delle origini di questo movimento, citando una “canadese che viveva in Africa” e che, trent’anni fa, osservò in numerose “comunità rurali” (quali? dove? Mistero) le donne si aiutavano “molto a vicenda”. Che nobile origine.
Troverei tutto questo addirittura divertente, se non fossi convinta del fatto che strumentalizzare una cultura ancestrale come può essere quella di queste misteriose “comunità rurali” africane, è immensamente triste.
Quel che è peggio è che non si sta strumentalizzando solo una cultura e un gesto puro come la solidarietà, ma si sta sporcando il movimento femminista che dovrebbe essere, più di altri, includente, sistemico e politicizzato. Sì, sistemico, perché se vuoi cambiare davvero un sistema devi farne parte e non è creando sottosistemi paralleli che cambi l’intera struttura.
Come è deducibile, questo sistema truffaldino porta la maggior parte delle donne abbindolate a perdere l’investimento iniziale e a entrare in un circolo vizioso dal quale sarà sempre più difficile uscire. Quando mi rivolgo alle donne che hanno provato a coinvolgermi, queste mi parlano di “esperienza”, di un “viaggio” che è più importante del fine, di una comunità bella e luminosa. Automaticamente, mi viene da fare loro mille domande: cos’è che ti ha spinto davvero ad entrare in questo circolo? Quali sono i motivi più profondi? Davvero non ti bastano le “esperienze” del quotidiano e la tua vita è così priva di bellezza e luminosità?
Mi piace pensare che la solidarietà, come altri sentimenti umani, come la giustizia, si possano e si debbano praticare giorno per giorno perché non sono mete da raggiungere ma piuttosto attitudini mentali e di spirito. Soprattutto, credo che per praticare una solidarietà davvero efficace bisogni utilizzare la prossimità come strumento principale. Il “mandala” si può costruire anche nella vita reale ed è ancor più bello, possiamo aiutare i nostri amici e le nostre amiche attraverso gesti quotidiani, che siano prestiti in denaro o spalle sulle qualli appoggiarsi. Il mondo cambia realmente solo in questo modo, è inutile girarci intorno.
Il mondo cambia realmente anche se evitiamo di forzare schieramenti e ragionare per comportamenti stagni. Un’altra cosa che mi rattrista di questo movimento, per esempio, è il fatto che si vedano le donne come una comunità chiusa e impermeabile, slegata dal resto del mondo, dove ce la si canta e ce la si suona mentre gli altri, fuori, continuano a ignorarci. Come scrive Bhaskar Sunkara, direttore di Jacobin, su un articolo pubblicato sul The Guardian, “i progressisti […] dovranno resistere al rigido identitarismo che si annida nelle loro file. Non può esistere una politica progressista di massa che coinvolge solo chi è già d’accordo con noi”. Insomma, la lotta femminista diventa solo un grido sterile se non vengono coinvolte altre lotte, come quella ambientalista o quella contro il libero mercato. Questo è l’identitarismo, credere che si è solo uno e negare, invece, le nostre infinite sfaccettature. Vuol dire sentirsi bene nell’affermare “io sono” seguito da una sola parola, donna, uomo, gay, ambientalista, bianco, nero. Non funziona così, non facciamo parte di un esercito dove ogni soldato lotta la propria guerra. Io non sono femminsita, tutt’al più sono una donna femminista, ambientalista, antirazzista alla quale piace fare svariate cose e non piace farne altre.

Buenos Aires


E a proposito di libero mercato e identitarismo, aggiungerei una new entry in questo elenco di definizioni -che temo sarà destinato ad aumentare inesorabilmente e per sempre. La definizione in questione è “io sono un’artista”. Se le femministe si illudono di vincere la loro scommessa contro il patriarcato creando nicchie insonorizzate, molti sedicenti artisti si illudono che “libertà di pensiero e di parola” voglia dire “diritto a pubblicare qualsiasi cosa, a prescindere dalla professionalità dell’autore e della qualità del prodotto”.
Oggi, per esempio, basta un libro pubblicato per chiamarsi e farsi chiamare “scrittore”. Come se l’arte della scrittura fosse un gioco da ragazzi. Queste persone sono le stesse che pensano che in democrazia sia tutto lecito e chiunque possa dire ciò che vuole. Quella è anarchia e, anche lì, qualche regola morale ci sarebbe da seguire, nonostante si pensi il contrario. Un sistema democratico presuppone che ci siano dei garanti che, oltre a rappresentare le voci del popolo, si impegnano anche a istruire ed educare i cittadini a valori considerati da tutti fondamentali. Per reggere la baracca, insomma, qualcuno al comando ci deve essere, altrimenti tutto va alla deriva, vedi il populismo. Insomma, c’è un limite a tutto. L’arte non è solo un gesto performativo e intimo, se lo fosse saremmo tutti artisti, ma artisti a casa propria. Fare arte significa fare anche un po’ politica, che si voglia o no. Tutto ciò che si rende pubblico, che si diffonde tra un numero elevato di persone può produrre una trasformazione sociale. Che sia lento o istantaneo, minimo o radicale il cambiamento sociale prodotto da un gesto artistico pubblico avrà sempre il suo impatto. Quindi, inviterei i miei “non-colleghi”, perché io mi definirei una “non-scrittrice” che ha pubblicato un solo libro, a essere più modesti e riflettere bene prima di autodefinirsi. L’audacia risparmiatela per altri tipi di azioni.

Il mio “non-libro”


L’arte, come la democrazia e le lotti sociali, ha bisogno dei suoi garanti, di persone che diano limiti ai suoi movimenti. Come fa un genitore con il proprio figlio, anche noi dovremmo trasmettere a chi ci guarda e ci ascolta il valore della libertà tenendo bene in mente, però, che oltre che sui diritti la nostra società si basa anche sui doveri.
In Italia, il numero di lettori diminuisce ogni anno vertiginosamente, mentre i numeri di chi pubblica continuano a salire. Ecco, a rigor di logica, c’è qualcuno che scrive ma non legge. E c’è qualcun altro che scrive, non legge e non si fa neanche problemi ad ammetterlo perché “se manca lo scopo pratico” allora la lettura non gli “interessa” (testuali parole estrapolate da una conversazione avuta con uno scrittore emergente). Invece, dovremmo prima imparare a leggere, tutti, per diventare cittadini ed esseri umani consapevoli e sensibili, per modulare i nostri pensieri e imparare a cambiare idea. Pubblicare un’opera è come rivolgersi a un interlocutore nella vita di tutti i giorni; quando parlate con un amico, con il vostro compagno o la vostra compagna, cosa fate di solito? Parlate senza riflettere oppure vi chiedete se è il caso di dire ad alta voce quello che vi sta passando per la testa? Ovviamente, in un’epoca in cui tutto è rapido, nevrotico e impulsivo, è normale cedere all’istinto e dire cose che non andrebbero dette e pubblicare cose che non andrebbero pubblicate.
Purtroppo anche l’editoria, come molti altri settori di mercato, ha ceduto al sistema neoliberista e al suo mandato imperante di democratizzare e svendere la libertà a basso prezzo a chiunque se la voglia prendere. Addirittura, anche Amazon -che non perde occasione per sfregiare il buonsenso- è diventata una specie di tipografia e ora, chiunque voglia pubblicare un libro senza passare né per editori né per altri professionisti, può farlo a sue spese. E così le case editrici muoiono, agonizzano e, insieme a loro, la buon’anima dell’arte propriamente detta. Se vuoi stampare i tuoi scritti e diffonderli a mano tra i tuoi amici o per strada, fa’ pure, la libertà individuale è proprio questo. Ma c’è una differenza tra stampare nella tipografia sotto casa e farsi pubblicare da Amazon. Nel secondo caso stai bypassando e ignorando passaggi fondamentali per far diventare il tuo libro un vero e proprio libro e, più grave ancora, ti stai facendo ingannare da false illusoni. Nei vari gruppi Facebook e nelle pagine Instagram in cui incappo quotidianamente -e a questo punto per sbaglio- vedo “scrittori emergenti” compiacersi e darsi pacche a vicenda. Molti di loro, probabilmente, credono che la scrittura non sia esercizio e, di conseguenza, non studiano, non leggono, arrivando a produrre, così, testi banali, bozze di flussi di coscienza senza anima e con un vocabolario da prima media. Ma sono galvanizzati dal potere che il sistema ha dato loro e sono felici così. Io invece no, non sono felice, perché per rispetto alla scrittura e a chi scrive davvero non mi misuro con i più grandi. Cosciente, però, che nella vita si può sempre evolvere e migliorare.


Concludo invitandovi a farvi delle domande che, spero, vi aiutino a scoprire cose nuove di voi stessi e del sistema che vi circonda: siamo davvero in grado di riconoscere i nostri propri limiti e di sapere quali sono i casi e i momenti in cui è meglio tirarci indietro? E se sì, fino a che punto? Amazon che stampa libri e i magici mandala che ci fanno ottenere un guadagno ottuplicato non saranno, per caso, solo tessitori di scommesse perse?

I tessitori delle scommesse perse

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One thought on “I tessitori delle scommesse perse

  1. Articolo vincente poiché analizza tre principali nemici del progresso:
    1 identitarismo 2 presunzione di raggiungere risultati senza l’impegno ed il riconoscimento di chi se ne intende 3 il liberalismo opinionista. A seguito della lettura mi viene da affermare solo una cosa: il cambiamento è un atto di coraggio che non investe monete ma impegno, è un credo che l’individuo ripete a se stesso al mattino praticandolo poi durante tutto il giorno.

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