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Con molta probabilità l’essere umano non ha mai parlato così tanto come da un secolo a questa parte.
Parliamo abbondantemente, parliamo con tutti, parliamo a voce alta e parliamo sempre, senza pause. Parliamo ma non comunichiamo, mandiamo audio, scriviamo post e articoli di giornale credendo di prendere in prestito parole in libertà quando, invece, ciò che stiamo facendo è solo riempire i nostri ego sgonfi di slogan preconfezionati e già masticati da miliardi di individui.
Soprattutto, parliamo sempre delle stesse cose. Ed è difficile, se non impossibile, creare qualcosa di armonioso ed equilibrato se si sbagliano i dosaggi nel messaggio da veicolare. Il fatto è che quando si fa parte della fetta di umanità privilegiata è difficile comprendere il concetto di equilibro perché, irrimediabilmente, la bilancia penderà sempre dalla nostra parte e le nostre parole avranno sempre più eco di quelle di chi vive nella polvere.
Quanto è difficile sviluppare il senso critico e il pensiero laterale oggi. Basta una parola estranea al copione che si è subito tacciati di “complici del sistema”, “ignoranti”, “fascisti” o “maschilisti”.
Si parla tanto, sì, ma quanto è difficile dire le cose giuste nel modo giusto. Camminare in equilibrio su un filo di seta sospeso tra due grattacieli è sicuramente più semplice.


Per esempio, come si fa a criticare i metodi di alcune lotte civili, come quella femminista e quella contro l’omofobia, senza incappare in fraintendimenti gravi? Come si fa a creare uno spazio di dialogo dentro la sinistra per proporre strategie nuove e autoanalisi senza essere eliminati dal branco?
Parliamo tanto ma la maggior parte delle parole che usiamo sono ripetizioni in loop senza anima.
L’anima alle parole, signori e signore, gliela diamo noi con la nostra coscienza. E qui arrivo al punto, sapremmo localizzare la nostra coscienza in questo momento? Sapremmo disegnarla? Sapremmo darle un nome?
La mia, per esempio, è una coscienza che rabbrividisce davanti al patriarcato, urla davanti all’omofobia e si strazia davanti all’abilismo. La mia coscienza cammina a fianco di tutti gli oppressi, sì, ma si sposta di continuo per cambiare prospettiva e cercare di scorgere chi ha più bisogno di me.
La mia coscienza non corrisponde con la mia identità, per esempio.
Sia chiaro, non esiste una gerarchia nelle lotte, non esiste una questione più importante di un’altra ma esistono lotte più urgenti di altre, questo sì. E per capire quali siano queste lotte dobbiamo slittare il nostro punto di vista, mettere in questione tutto ciò che diamo per scontato, rivedere la nostra scala valoriale, riscrivere la nostra agenda di individui bianchi, europei e privilegiati.


La giornalista Rula Jebreal ha rinunciato a partecipare a Propaganda Live perché ha scoperto di essere l’unica donna tra sette ospiti, innescando una polemica che è rimbalzata su tutti i social. Così facendo ha senz’altro messo in risalto la questione di genere, certo, ma, allo stesso tempo, ha perso l’occasione per parlare di un’altra “questione”, quella palestinese. E già, perché Rula Jebreal è una donna palestinese con cittadinanza israeliana che, come ha spiegato Diego Bianchi, era stata invitata a Propaganda Live proprio per “la sua competenza” e , soprattutto, per offrire “il suo punto di vista” su ciò che sta accadendo nella Striscia di Gaza. Cos’è, dirà qualcuno, una sfida a qual è la lotta più grande e importante? E’ ovvio che ha fatto bene, non scherziamo dai, è ingiusto non dare spazio a noi donne nei luoghi dove si fa politica e cultura ed è una pratica che va assolutamente cambiata. Sono pienamente d’accordo (sento già che sto perdendo l’equilibrio sul filo di seta).
Vedete, un messaggio è definito non solo dal suo contenuto ma anche da altri parametri, come il luogo e il tempo. Bisogna scegliere lo spazio e il momento giusti per dire ciò che si ha da dire. il tempismo è importante quando si sta lottando per qualcosa di importante.
Ma noi donne abbiamo aspettato secoli, ora basta, dirà qualcuna di voi. E anche qui mi trovate d’accordo. E anche vero, però, che ci stiamo abituando alla fretta e alla velocità e stiamo disimparando ad aspettare, soprattutto, non siamo più in grado di guardarci indietro per vedere il tragitto fatto finora. La lotta femminista ha ottenuto grandi risultati e continuerà a ottenerli ma solo se sapremo sincronizzarci con le altre lotte. Bisogna continuare a parlarne, bisogna continuare il dibattito, bisogna avere costanza ed essere resilienti ma bisogna anche avere uno sguardo largo che abbracci non solo le lotte civili ma anche quelle sociali e umane. Perché quando parliamo di Palestina è di senso di Umanità che stiamo parlando.
Non è nei contenuti e negli obiettivi che critico la lotta femminista mainstream -in questo sono una partigiana totalmente schierata- è sui metodi e sull’agenda che desidererei tanto aprire un dibattito sano e un confronto aperto.
Il vero problema delle lotte di oggi è che si parla solo e sempre di diritti civili e non si ha più il fiato per parlare dei doveri e dei diritti sociali. E che senso ha parlare delle quote rose (sulle quali sono completamente d’accordo) se poi, però, non parliamo mai della tragedia umana che sta accadendo dall’altra parte del nostro orizzonte?
Non bastava Fedez con i suoi proclami durante il concerto del primo maggio, giornata in cui si sarebbe dovuto parlare dei diritti dei lavoratori e delle grandi falle del sistema neoliberale e capitalista. Ora ci si è messa anche Rula Jebreal.


E’ difficile camminare su un filo di seta, tenere tutti i pezzi di quest’umanità insieme e riuscire a lottare per tutti gli oppressi. Sembra impossibile, a dire il vero, però potremmo fare un grande esercizio di equilibrio e cercare di uscire dalla nostra bolla di privilegi e immaginarci tutti lì in Palestina, anche solo per un attimo. Se andassimo tutti lì con la nostra coscienza capiremmo che non ha più senso usare i nostri paradigmi. Essere donna, uomo, bambino, vecchio, bianco, nero, omosessuale o disabile non ha più senso perché da quelle parti a non avere più senso è l’identità stessa di un individuo. Questo ci fa capire, dunque, che non siamo solo identità, noi uomini e donne di questo mondo.
E allora che senso ha rubare spazio a questo dibattito che ha già così poca risonanza?
(Ormai sento che sto scivolando dal filo di seta)
No, non dobbiamo smettere di parlare dei diritti delle donne, il problema è un po’ più giù, più in profondità. Continuare a dire “si fa sempre bene a parlarne, è comunque un messaggio” è un atto fuorviante ed estremamente pericoloso. In quei “sempre” e “comunque” risiedono tutte le contraddizioni della società liberale e malata in cui viviamo: parliamo tutti, parliamo sempre, parliamo ad alta voce. Invece no, non dobbiamo parlare sempre. Non è scritto da nessuna parte.
E’ un atto fuorviante perché ci fa credere di avere solo diritti e ci fa dimenticare di avere dei doveri -soprattutto i doveri di coscienza nei confronti di chi è lontano dal nostro raggio di azione concreta. E’ pericoloso perché ci fa illudere che così le cose cambieranno, quando invece siamo solo dei gattopardi. Tutto cambia affinché niente cambi per davvero.
A chi mi contesta dicendo che sono “esagerata”, che “si può parlare di femminismo e di Palestina allo stesso tempo, che una cosa non esclude l’altra” io rispondo: bene, e allora fatelo. Perché io non ho sentito Fedez parlare dell’occupazione sanguinaria della Palestina da parte di Israele e non ho sentito neanche Rula Jebreal denunciare in tv i coloni sionisti e i loro alleati occidentali, purtroppo.
Quanto mi sarebbe piaciuto.
Quando ne parliamo? Dove ne parliamo, soprattutto? Chi mi offre un servizio di informazione disallineata e fedele alla realtà? Chi mi parla di altro, di ciò che è lontano e più urgente?
Si parla tanto di unione delle forze di sinistra, di politically correct, della cancel culture ma di cosa stiamo parlando, davvero?
Più passa il tempo e più rendo conto di quanto siamo diventati tutti abilissimi a scansare il cuore del discorso e a rovistare dentro scatole vuote.
Ormai sono caduta dal filo di seta, anzi, sono scesa di mia spontanea volontà.

Fili di seta e dosaggi

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