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ARGENTINA. DICEMBRE 2017. PART 2

Che città Buenos Aires, strana e contraddittoria. All’inizio non riuscivo a scavare oltre quella superifcie dura di rumori, smog, turismo e caos esagerato poi, però, ho intravisto qualcosa di molto interessante. E l’ho visto sui muri, per strada, sui portoni, inciso con le chiavi sui tavoli dei locali o sulle pareti. Buenos Aires è troppo grande, credo sia una di quelle città che potresti odiare se la visiti da turista o da viaggiatore e che potresti amare follemente se ci vivi. Non è una città monumentale, puoi camminare per ore senza che niente intorno a te ti sorprenda particolarmente -a parte l’interessante architettura che vede strutture diversissime tra loro l’una accanto all’altra. Bisogna trovare una traccia e seguirla, ecco cosa devi fare a Buenos Aires. Io e Martina, per esempio, abbiamo fotografato decine di graffiti e di murales e, attraverso questi segni, abbiamo conosciuto tante storie e siamo riuscite a sentire il cuore pulsante della città. Uno di questi messaggi era più ricorrente degli altri, era letteralmente ovunque, fino a sembrare un’ossessione della città e a diventare anche una tua ossessione. ¿Donde está Santiago?

Santiago Maldonado, il ragazzo scomparso lo scorso agosto dopo la forte repressione della polizia ai danni di una comunità mapuche, è morto. Santiago Maldonado è stato ucciso dallo Polizia di Stato e il suo corpo è stato ritrovato pochi mesi fa nel fiume Chubut, nel sud del paese. La sua unica colpa era quella di avere una coscienza forte. Perché se oggi ti alzi per lottare contro le ingiustizie e per rivendicare i tuoi dirittti o quelli di un altro popolo, significa che la tua coscienza è più forte delle altre, non è addomesticabile e quindi è più pura. E per l’uomo di potere l’unica soluzione per sopravvivere alla sua coscienza è farla scomparire questa purezza, così da non doversi più misurare con lei. Le idee, però, non sono come le persone, non si possono uccidere. Sulle pareti di un pub, su centinaia di muri per strada, sulla porta del bagno di un locale o su un pezzo di carta attaccato con una calamita sul frigo del tuo ostello. Quando meno te l’aspetti, quando stai pensando o facendo tutt’altro ti ritorna quella domanda, dov’è Santiago? E ti fa soffermare un attimo e sospirare. Ogni volta è come un pugno nello stomaco, ti toglie la spensieratezza.

In queste due settimane abbiamo macinato lunghissimi chilometri a piedi, con la metro e con il bus e conosciuto tantissime persone e ascoltato altrettante storie. Ci siamo fatte guidare dal caso, e anche dal caldo asfissiante che ci faceva rallentare il passo e ci rendeva più indecise e confuse di quanto non lo fossimo già. A volte i nostri trascinamenti ci hanno portato in posti che, forse, non valeva la pena visitare -come l’impolverato museo di scienze naturali o quello dedicato a Evita, chiuso al pubblico senza una ragione apparente. Altre volte, invece, il caso ci ha regalato piacevoli momenti, come quello improbabile nel cimitero di Ricoleta, dov’è seppellita Eva Peron, dove un bell’uomo sulla quarantina, maestro di tango, tra un tiro di sigaro e l’altro ci ha dato una breve ma intensa lezione sulla storia di questa danza. Era il pomeriggio del 24 dicembre. La sera abbiamo festaggiato la vigilia, che qui sembra essere più importante del capodanno, nella terrazza dell’ostello con i nostri coinquilini provvisori. Arrosto e polpette di riso fritte in olio di dubbia origine e servite su fogli strappati chissà da quale quaderno. Tuttavia, la cena aveva un nonsoché di poetico. I nostri commensali erano tre venezuelani, un colombiano e un argentino che vivevano ormai da mesi in quell’ostello. Il cuoco era il nostro compagno di stanza, José, un personaggio incredibile. Josè ha 33 anni circa e ha lasciato compagna e figlia in Venezuela perchè in Argentina si guadagna meglio. Nel suo paese era direttore di una scuola privata di cucina, qui invece lavora in una tavola calda. Ci ha raccontato del suo paese, della iper-inflazione che rende la vita praticamente impossibile, della criminalità e della corruzione. Sempre le stesse storie. Qui a Buenos Aires, però, i venezuelani come José e i colombiani vengono considerati immigrati di serie A perché di solito sono giovani, istruiti e sanno parlare inglese. La situazione, invece, cambia per boliviani, peruviani e paraguaiani. Nella capitale queste comunità sono praticamente emarginate, per loro è quasi impossibile trovare un affitto, a meno che non abbiano parenti residenti in città. Una stanza con bagno condiviso può arrivare fino agli ottomila pesos, quattrocento euro. Considerando che i loro salari sono bassissimi, si può facilmente immaginare la qualità della loro vita.

A Natale, invece, dopo aver perso un treno, visitato un altro cimitero nell’attesa del treno successivo e sbagliato fermata scendendo a quella successiva alla nostra, siamo andate a Hurlingham, a mezz’ora da Buenos Aires. Abbiamo passato un Natale in famiglia. In una famiglia. German, amico argentino di Martina che vive a Milano, ci ha accolte nella bellissima casa di sua nonna con tanto di piscina, cibo squisito e parenti allegri. È stato bello respirare quell’aria familiare dopo quasi due mesi di assenza dall’Italia. È stato bello anche mangiare cibo sano e buono, che non fosse per forza empanadas o panini. Grazie German, grazie per il più bel regalo di natale di quest’anno. E il fatto che sia stato anche l’unico non significa niente, è stato comunque il migliore.

Anche un’altra traccia che abbiamo scelto di seguire si chiama Santiago. È la guida turistica e attore per passione. È lui che ci ha portato all’altro Santiago, quello sui muri e nell’aria di Buenos Aires, e che ci ha parlato dei desaparecidos e dei 340 campi di concentramento presenti in città durante la dittatura. È stato un po’ il guru del nostro viaggio ed è per questo che abbiamo pensato di catturare le sue parole in una video-intervista che pubblicherò a breve. Perché, anche se poche e semplici, sono sicura che possono diventare traccia per qualche altra coscienza spaesata. Dopo la piccola intervista, Santi ci ha portato allo Yauss, un bar a pochi metri dalla gelateria artigianale dove abbiamo girato il video, sempre nel quartire San Telmo. Lì ci ha raccontato altre storie, come quella della sorella che, immagino come altre bambine, preparava per ogni bambola un documento d’identità. Questo perché, crescendo durante la dittatura, per lei era normale che una madre andasse sempre in giro con il documento d’identità del figlio visto che in qualsiasi momento poteva subire dei controlli e doveva dimostrare che il figlio fosse davvero suo. Una storia grande, forte, quella dell’Argentina, come la sua cultura. Una sera siamo finite in una peña, una serata con musica folklorica dal vivo. Quella dove siamo andate noi era una festa clandestina perché, come ci ha spiegato la ragazza all’ingresso, per suonare musica folklorica dal vivo c’è bisogno di un’autorizzazione che, però, è molto difficile ottenere. Una volta si poteva ballare folklore nelle milonghe, dove si balla il tango, ora invece ci vuole un permesso speciale. Così, vari gruppi di persone si riuniscono settimanalmente in luoghi sempre diversi utilizzando come mezzi di divulgazione volantini consegnati a determinate persone durante determinate serate. Insomma, io e Marty abbiamo imparato a ballare la chacarera e lo zamba, incredibile. Qui, come in tutto il Sudamerica, la musica viene presa sul serio, così come la danza. Tutti sanno ballare e, durante queste serate, vedi ballare per ore intere giovani, adulti e anziani. Si guardano negli occhi, si avvicinano, si sorridono e scatenano i piedi sul pavimento, come dei toreri. È quasi sempre l’uomo che invita a ballare la donna, che aspetta seduta intorno alla sala da ballo. Sa di antico tutto questo, di romantico. Durante la danza c’è meno promiscuità che da noi e più romanticismo, ballare per loro è comunicare con l’altro, è un’atto di perdizione totale.

Buenos Aires è una città difficile, frenetica, veloce ma l’ho amata per le storie che mi ha regalato, per Santiago che è sparito ed è stato ritrovato così. Per l’altro Santiago, il nostro cantastorie. Per i graffiti che sono veri graffi al cuore di questa città. Josè, il cuoco, ci ha ringraziato per il pomeriggio passato insieme, prima di incontrarci non era mai uscito per la città, nonostante ci viva da sette mesi. Ci ha detto che stando con noi ha imparato molto, ha imparato a vedere la vita da un altro punto di vista, a vedere le cose nei loro dettagli e non nel loro aspetto più superficiale. Ha detto che ha imparato a ridere di tutto ma anche che si è reso conto di essere uno schiavo, perchè in tutti questi mesi è stato sempre rinchiuso in casa senza vedere le bellezze che ci sono per strada. Tutto gira e si muove in circolo e durante questo viaggio io e Marty abbiamo appreso tanto ma abbiamo anche insegnato. Spero Josè continui a sentire l’entusiasmo di quel pomeriggio e che un giorno riesca a rompere quelle catene. Io, nel frattempo, sono arrivata a Tilcara, a nord dell’Argentina, quasi al confine con la Bolivia, seguendo una rotta che mi è stata suggerita da un ragazzo incontrato una settimana fa durante l’attesa di otto ore all’aeroporto di Iguazu. Anche lui si chiama Santiago. Santiago è ovunque e, involontariamente, mi ritrovo ad inseguirlo.

¿Donde está Santiago?

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