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Torno di nuovo sul concetto di “linea tratteggiata” (di cui ho parlato qui). Guardate bene la mappa del pianeta in cui vivete (fino a prova contraria) e contate i confini tratteggiati. Sapete cosa significano quei trattini? In geografia politica quel tipo di confine vuol dire “territorio conteso”. Nel linguaggio che ha per alfabeto vite umane e giustizia sociale, significa una sola cosa: guerra. Nella maggior parte dei casi guerra causata da motivi stupidi e inutili come l’arricchimento sfrenato e l’accaparramento illecito di risorse naturali.
Il Sahara Occidentale, un’area a sud del Marocco, è uno di questi territori “contesi” e, in questo preciso istante, è scenario di proteste e scontri che potrebbero avere gravi ripercussioni anche sul panorama internazionale.


La stampa italiana, come sempre, non sta dando il giusto peso alla questione e, quando lo fa, dà spazio a opinioni e firme che poco o niente sanno della causa del Sahara Occidentale. Per questo ho scritto una lettera al direttore de La Repubblica, Maurizio Molinari, come risposta a un articolo pubblicato il 16 novembre con la firma di Karima Moual.

Ecco la lettera:


“Caro direttore,
Mi permetto di scriverle e di farlo di getto, con emozione, come la questione merita di essere affrontata.
L’articolo pubblicato sul vostro quotidiano il 16 novembre, nel quale Karima Moual chiama “terroristi” i cittadini saharawi vittime di innumerevoli soprusi, mi ha provocato una tale rabbia e tristezza da non riuscire a rimanere immobile e passiva davanti a quello che è un chiaro tentativo di “riformismo storico”. Da assidua lettrice del vostro quotidiano ma, soprattutto, da cittadina consapevole e informata dei fatti credo fermamente che le informazioni distorte contenute in quelle righe non facciano onore a un quotidiano nazionale serio e impegnato nel contrastare le “fake news”. Diffondere notizie mendaci come quelle contenute nell’articolo della Moual è estremamente rischioso, oltre che ingiusto. La escalation di eventi violenti perpetrati dal Marocco, infatti, potrebbe trovare carburante nel disinteresse dell’opinione pubblica internazionale e nella disinformazione per continuare a costruire quella sorta di “autolegittimità” iniziata già, in realtà, con l’invasione de facto del 6 novembre 1976 (la cosiddetta Marcia Verde a cui accenno nell’articolo precedente).
Le ricordo che il nostro paese riconosce il diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi e le ricordo anche che numerose Ong e associazioni sono impegnate da decenni in progetti di solidarietà nei campi profughi in Algeria. Ricorderà la vicenda di Rossella Urru, la cooperante del CISP rapita nel 2011 nei campi profughi saharawi in Algeria e liberata solo dopo otto lunghi mesi. Ecco, io, durante una missione del CISP ho dormito nella stessa stanza dove è avvenuto il rapimento della Urru, ho visto con i miei occhi la sofferenza di quel popolo ed è solo per questo -e ascoltando la mia coscienza- che le sto scrivendo questo lungo messaggio.
Il Sahara Occidentale è sempre stato abitato dal popolo dei saharawi (saharawi significa “colui che abita il Sahara”), anche quando, nel 1884, le colonie spagnole arrivano lì per sfruttare il mare pescoso di quella regione e le grandi miniere di fosfati. Morto Franco, gli spagnoli vanno via e lasciano il territorio in mano ai marocchini che, con una marcia totalmente illegale e aggressiva, invadono una regione che non appartiene loro. Non contenti, provocano un esodo di massa e obbligano tutti i saharawi a rifugiarsi nella vicina Algeria, dove tuttora vivono in condizioni precarie e totalmente isolati dal resto del mondo. I marocchini, visto lo spirito poco arrendevole dei saharawi e la tempra con cui rivendicano casa loro, decidono bene di costruire un muro lungo 2700 km, circondato a est da mine antiuomo e piantonato, a ogni chilometro, da un soldato marocchino che ha l’ordine di sparare a vista.

Bambini saharawi guardano il loro orizzonte rubato

Ecco, questa è la storia -in soldoni- di una “Palestina” meno conosciuta ma ugualmente sofferente. La storia di un popolo derubato della sua terra da più di quarant’anni. Bambini, uomini, donne, giovani e anziani costretti all’abitudine malata di una geografia che non è la loro, di una terra sterile e rocciosa, diversa da quella fertile e morbida che hanno calpestato per secoli.
Per decenni si è tentato di dare una parvenza di pace a una questione che non dovrebbe neanche sussistere: marocchini contro saharawi. Le due parti hanno firmato il 30 agosto del 1988 un Piano di Pace che prevedeva il cessate il fuoco e l’organizzazione di un referendum con cui i saharawi avrebbero potuto scegliere, nel pieno esercizio del loro diritto all’autodeterminazione sancito nel 1961, tra l’indipendenza, l’autonomia o la totale integrazione con il Marocco. Tale Piano di Pace, patrocinato dall’ONU e dall’UA (Unione Africana), è rimasto solo un vano tentativo e, tuttora, del referendum non si è vista neanche l’ombra. Nel frattempo i saharawi continuano a vivere nei campi profighi diventati, ormai, villaggi definitivi.
Il referendum è sempre stato ostacolato dai marocchini attraverso atti che costituiscono una vera e propria violazione dei diritti umani. Si parla di boicottaggio alla luce del sole, con uomini marocchini armati fuori dalle urne durante il processo di censimento, propedeutico alla successiva votazione del referendum. Ma non solo, nelle carceri marocchine i prigionieri politici vengono ripetutamente torturati e, in passato, l’ONU ha denunciato la sparizione di alcuni saharawi che si trovavano ancora nel Sahara Occidentale occupato.
Per agevolare il processo di autodeterminazione dei saharawi, popolo ormai riconosciuto dall’intera comunità internazionale, il 29 aprile 1991 viene creata la MINURSO (Missione delle Nazioni Unite per il Referendum del Sahara Occidentale) sotto l’autorità del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Questa missione, tuttavia, ha solo il mandato di organizzare il referendum e controllare il cessate il fuoco e non quello di vigilare sulla violazione dei diritti umani, nonostante molti politici e militanti abbiano espresso la necessità di sorvegliare il comportamento dei marocchini.
Il Marocco, non contento di venire meno alla sua parola sul referendum, decide di violare il Patto di Pace anche nel punto che riguarda il cessate il fuoco. Le cose o non si fanno o si fanno fatte bene, giusto? Se devi calpestare i diritti di un intero popolo devi impegnarti per benino, mica puoi fare le cose a metà.

Campo profughi saharawi


Prima di raccontare la violazione da parte dei marocchini, però, mi permetta di raccontarle cos’è l’Accordo Militare numero uno. Tale accordo, firmato tra la MINURSO e il Fronte Polisario (partito politico saharawi al potere) nel 1997 e tra la MINURSO e il Marocco nel 1998, stabilisce due aree d’accesso ristretto di 25 km a Sud e a Est e a 30 km a nord e a ovest del muro militare marocchino lungo 2700 km. Sempre in questo accordo, inoltre, si stabilisce che nell’area riservata non sono consentiti spari di armi da fuoco, ridistribuzione o spostamento di truppe, ingresso di armi e munizioni, miglioramento delle infrastrutture di difesa. Viene definita una fascia tampone larga cinque km a sud e ad est del muro militare marocchino, dove tali azioni costituiscono una violazione: l’ingresso di truppe o attrezzature da entrambi i lati, via terra o aerea; colpi di arma da fuoco dentro o sopra quest’area.
Ed eccoci arrivati al 2001. E’ a quest’anno che risale l’apertura della prima breccia da parte del Marocco nella regione di El Guerguerat. Nei Rapporti al Consiglio di Sicurezza dello stesso anno, il Segretario Generale delle Nazioni Unite aveva già riconosciuto la natura illegale della costruzione di un strada asfaltata che attraversa El Guerguerat e che fa da collegamento tra il Sahara Occidentale e la Mauritania:

“Il mio Rappresentante Speciale Sig. William Eagleton e il Comandante della Forza hanno richiamato l’attenzione dei loro contatti civili e militari marocchini sul fatto che la costruzione proposta poneva problemi delicati e che alcune delle attività delle aziende potrebbero violare l’accordo di cessate il fuoco”.

Ubi Bachir, rappresentante in Europa del Fronte Polisario, nella conferenza del 14 novembre 2020, spiega che i saharawi hanno scelto di non impugnare tale violazione del cessate il fuoco, rappresentato dall’apertura della breccia del 2001, come manifestazione di costruttiva disponibilità a non ostacolare il processo.
Bachir, invece, avrebbe potuto benissimo impugnare il gesto illecito e ingiusto dei marocchini perché in nessun accordo è specificato che sono concesse aperture eccezionali per attività “civili”, “commerciali” o altro. Ne è prova la reazione negativa dell’ONU alla costruzione della strada su citata.

La linea rossa indica il muro lungo 2700 km costruito arbitrariamente dai marocchini


Chiarito il contesto, dunque, possiamo comprendere meglio i fatti attuali. Il 20 ottobre 2020, è iniziata una manifestazione pacifica e non violenta a El Guerguerat, nel sud-ovest del Sahara Occidentale, che aveva come obiettivo quello di bloccare almeno 200 autotrasportatori marocchini che transitavano illegalmente nel territorio. Nella prima settimana di novembre 2020, le truppe marocchine si sono spostate nell’Area Riservata del muro militare marocchino in flagrante violazione dell’Accordo militare numero uno, facendo arrivare nella regione veicoli pesanti, comprese sedici livellatrici. Alle prime luci dell’alba del 14 novembre le forze armate marocchine hanno forzato il blocco pacifico che si era creato nella zona cuscinetto di El Guerguarat scatenando la reazione dei militanti saharawi.
Attualmente la situazione è in una fase di stallo, con il Segretario delle Nazioni Unite e la MINURSO che si dicono impegnati a dialogare con le due parti e ripristinare la pace. Il problema è che, quello che loro chiamano pace, è in realtà una situazione peggiore di quanto possano immaginare. L’immobilismo delle autorità e della politica ha fatto sì che per decenni persone innocenti potessero essere torturate e altre vivessero in condizioni totalmente precarie e disumane. Nelle condizioni “ordinarie” dei saharawi non c’è niente di pacifico e sereno e tornare alla normalità, per loro, significherebbe tornare a vivere da popolo oppresso.


Come conseguenza a questa successione decennale di eventi aggressivi e totalmente ingiusti da parte del Marocco, il Presidente della Repubblica e Capo Supremo delle forze armate saharawi, Brahim Gali, ha emesso un decreto presidenziale annunciando la fine dell’impegno del cessate il fuoco.
D’altro canto, il Marocco non ha mai cessato di occupare, violare, pretendere, confinare, rubare e ammazzare. Quella dei saharawi è una protesta molto più profonda, che va al di là dei fatti più recenti. La rabbia dei saharawi ha radici nelle numerose violazioni attuate nel corso degli anni dal Marocco, tra le quali il recente transito commerciale illegale costituisce solo una goccia, quella che ha fatto traboccare il vaso.
Ecco, caro direttore. Vorrei che l’articolo di Karima Moual venga quanto prima rettificato e, più di tutto, vorrei che queste parole arrivassero a lei, all’autrice di quelle menzogne, perché mi piacerebbe che mi si rispondesse a queste righe con argomenti concreti e intelligenti. Argomenti che hanno a che fare con la realtà dei fatti, che è una e una sola.
La ringrazio infinitamente per avermi letta sin qui e le auguro un buon lavoro.
Cari saluti,
Valentina Laudadio”

Aspettando risposte e segni di vita.

FONTI:
https://www.usc.es/gl/institutos/ceso/Crisis-de-Guerguerat.html
“Briefing sur la situation à Guerguerat, dans le sud-ouest du Sahara Occidental”, Fronte POLISARIO 8/11/20
Agenzia stampa saharawi SPS https://www.spsrasd.info/news/es

Cosa sta accadendo nel Sahara Occidentale?

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