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Traduzione dell’articolo “How Mario Draghi broke Italy” di Thomas Fazi

La defenestrazione di Draghi ha lasciato la classe dirigente italiana – e quindi internazionale- avvolta nell’orrore. Il che non è sorprendente. Quando è stato nominato Primo Ministro del paese, all’inizio dell’anno scorso, l’élite europea politica ed economica accolse il suo arrivo come un vero e proprio miracolo. In teoria, tutti i partiti nel Parlamento -inclusi i due ex partiti “populisti” che avevano vinto le elezioni nel 2018, il M5S e la Lega- offrirono il loro supporto al nuovo premier. Il tono della discussione fu colto perfettamente dal governatore della Campania, Vincenzo De Luca (PD), che addirittura paragonò Draghi a “Cristo”.
Tutti erano d’accordo: il governo Draghi sarebbe stata una benedizione per il paese, un’opportunità irrevocabile per redimere i peccati e “rendere l’Italia grande di nuovo”. Draghi, dicevano, semplicemente grazie al suo “carisma”, alle sue “competenze”, alla sua “intelligenza” e al suo “prestigio internazionale”, avrebbe mantenuto i mercati delle obbligazioni sotto controllo, avrebbe emanato le riforme indispensabili e rilanciato l’economia stagnante dell’Italia.


Ahimè, però, la realtà non è stata all’altezza delle aspettative: Draghi se ne va lasciando una paese in macerie. Secondo l’ultima previsione macroeconomica della Commissione Europea l’anno prossimo l’Italia avrà la crescita economica più lenta del continente, che sarà solo dello 0,9%. Questo è dovuto al declino della spesa al consumo, causato a sua volta dall’aumento dei prezzi e da investimenti aziendali minori – risultato diretto dell’aumento dell’indebitamento e dei costi dell’energia, come anche dell’interruzione dei rifornimenti del gas russo.
L’Italia, inoltre, sta vivendo anche uno dei tassi di inflazione in più rapida crescita in Europa -attualmente all’8,6%, il livello più alto degli ultimi trent’anni. Da quando Draghi è salito al potere i tassi di interesse sui titoli di Stato sono saliti costantemente, arrivando a essere addirittura quadruplicati sotto il suo controllo: oggi hanno raggiunto il picco più alto in quasi dieci anni.
Questa crisi, ovviamente, ha delle ripercussioni sulla società: 5,6 milioni di italiani – quasi il 10% della popolazione, incluso 1,4 milioni di minori – attualmente vivono in condizioni di povertà assoluta, il livello più alto mai registrato. Molti di questi sono lavoratori e questa cifra è destinata ad aumentare dal momento che i salari reali in Italia continuano a diminuire al ritmo più alto di tutta l’Europa. Nel frattempo, quasi 100.000 piccole e medie imprese sono a rischio di insolvenza – un aumento del 2% in confronto all’anno scorso.
Alla faccia di “Super Mario”, quindi. Sicuramente qualcuno potrebbe controbattere affermando che anche altri paesi stanno vivendo problemi simili ma sarebbe comunque un errore esonerare Draghi da qualsiasi critica. Infatti, è stato uno dei più strenui sostenitori delle misure che hanno portato alla situazione attuale e una delle forze motrici che hanno spinto l’UE a emettere sanzioni più dure a Mosca – sanzioni che stanno paralizzando le economie europee mentre lasciano la Russia pienamente indenne.
Draghi si vanta anche per le misure audaci adottate per abbandonare il gas russo – con il risultato che ora l’Italia è attualmente il paese che paga i prezzi all’ingrosso dell’elettricità più alti di tutta Europa. L’assurdità di queste misure diviene apparente quando consideriamo il suo tentativo di ridurre la dipendenza dal gas russo ravvivando diverse centrali elettriche a carbone – carbone che l’Italia importa massicciamente dalla Russia.
Ancor peggio, Draghi ha fatto poco o nulla per proteggere i lavoratori dipendenti, le famiglie e le piccole aziende dall’impatto di queste politiche. Infatti, le poche misure “strutturali” emanate da questo governo sono tutte mirate a promuovere la privatizzazione, la liberalizzazione, la deregolamentazione e il risanamento di bilancio. Basti pensare all’apertura verso la privatizzazione di quei pochi servizi pubblici che sono rimasti fuori dal mercato, alla ulteriore “flessibilità” del lavoro, alle spiagge private messe a bando per la prima volta dopo decenni o al tentativo di espandere i servizi taxi per includere aziende private come Uber, il che ha scatenato proteste di massa.
A chiunque abbia una vaga idea dell’ideologia di Draghi, tutto ciò non sorprende. Come detto prima, Mario Draghi è l’incarnazione del “neoliberalismo”. Non sorprende neanche che queste politiche non siano state portate a termine, visto che la logica neoliberale europea, basata sulla privatizzazione, l’austerità fiscale e la compressione dei salari – che Draghi ha contribuito a implementare sin dall’inizio degli anni ’90- è la ragione principale per cui l’Italia si trova in questa situazione. Draghi ha anche stretto ulteriormente il cappio europeo intorno all’economia italiana spacciando incessantemente la narrativa per cui l’Italia aveva disperatamente bisogno del Recovery Fund per rilanciare il paese, e questo affinché potesse accedere a quei fondi di cui aveva bisogno per implementare diligentemente le riforme richieste da Bruxelles.
Tuttavia, in termini di macroeconomia, i fondi in questioni sono un’inezia e in nessun modo vicini alla cifra di cui l’economia italiana avrebbe bisogno. Per di più questi fondi dispongono di condizioni molto severe. Questo è in definitiva il fondo Next Generation della UE: l’aumento del controllo di Bruxelles sulle politiche di bilancio degli stati membri e il rafforzamento del regime europeo di controllo tecnocratico e autoritario. E chi meglio di Draghi rappresenta una figura affidabile per mettere tali misure in atto? Come lui stesso ha osservato, “il cammino delle riforme” stabilito dal suo governo è stato impostato per “creare le condizioni affinchè [il recovery fund] possa continuare a funzionare, a prescindere da chi è al governo” – quindi per assicurare che i governi futuri non escano dal sentiero tracciato della rettitudine.
Draghi, in ogni caso, non si lascia alle spalle solo un’economia avvilita ma anche una società profondamente fratturata e divisa. Lui è il responsabile della creazione delle politiche di vaccinazione di massa più punitive, discriminatorie e segregative dell’Occidente, che non solo ha escluso milioni di individui non vaccinati – bambini compresi- dalla vita sociale estendendo il Green Pass praticamente a tutti gli spazi pubblici, ma ha anche impedito a molte persone di lavorare. Draghi ha anche contribuito all’incitamento all’odio, istituzionalmente accettato, contro le persone non vaccinate, come quando ha affermato in una famosa frase: “Se non ti vaccini ti ammali, muori. oppure uccidi”.
Tutto ciò potrebbe darci un indizio sul perché un recente sondaggio ha mostrato che il 50% degli italiani non erano felici del lavoro del suo governo.
Eppure, nonostante questi risultati insignificanti, quando Draghi ha annunciato le sue intenzioni a dimettersi, la classe dirigente italiana ha avuto un attacco apoplettico. In quella che entrerà nella storia come una delle più patetiche dimostrazioni del conformismo servile della società italiana, tutte le categorie professionali sono corse a supplicare Draghi di rimanere -non solo imprenditori benestanti, come ci si aspettava, ma anche dottori, farmacisti, infermieri, sindaci, presidi universitari, ONG, intellettuali progressisti e addirittura la CGIL.
Ancor più penoso, i media italiani hanno dato una copertura massiva alle “dimostrazioni pro-Draghi” -che contavano non più di una ventina di persone. Forse ancor più comico è il fatto che una delle agenzie di notizie più grandi di Italia, la Adnkronos, abbia parlato addirittura di numerosi senzatetto sostenitori di Draghi. Le parole riportate di uno di questi sono: “Draghi sta facendo la differenza. L’Italia sta recuperando il prestigio e la credibilità grazie a lui. Come persona senza fissa dimora posso testimoniare il fatto che c’è molta più attenzione verso di noi adesso e questo grazie a Draghi”.
Anche l’establishment internazionale occidentale ha fatto la sua parte commentando l’uscita di Draghi. Tutti, dal “Financial Times” al “the Guardian”, passando per il commissario dell’economia della UE Paolo Gentiloni, ci hanno tenuto a spiegare che tragedia enorme sia per l’Italia aver perso Draghi – e quindi per tutta l’Europa.
Gentiloni si è spinto oltre e ha affermato che una “tempesta perfetta” si scaglierà sul paese se Draghi si dimetterà; mentre il “The Guardian” si è limitato a suggerire ai membri del parlamento che Draghi “dovrebbe rimanere, per adesso”. Il “New York Times”, senza ironia, ha affermato che le dimissioni di Draghi metteranno fine al “breve periodo d’oro” che egli stesso ha inaugurato per l’Italia. Tutti discorsi da attori stranieri che si intromettono negli affari italiani.
Quindi perché, nonostante queste pressioni, tre partiti hanno di fatto tolto la spina al governo Draghi? Parte della spiegazione risiede nel fatto che il banchiere era riuscito ad allontanare partiti come il M5S e la Lega -rifiutando di confrontarsi con loro su quasi nessuna delle sue misure o rifiutando di riconoscere anche la critica più timida. In più di un’occasione, Draghi ha chiarito quale fosse secondo lui il ruolo del parlamento: firmare e varare tutte le decisioni prese dal governo. Questo è evidente anche nell‘abuso che era solito fare di uno strumento come il voto di fiducia.
In uno dei suoi ultimi discorsi al Senato, Draghi è stato ancora più esplicito: dopo aver detto di aver deciso di ripensare alle sue dimissioni perché “questo è ciò che vuole il popolo”, ha praticamente detto al Parlamento che sarebbe rimasto al governo solo se i partiti fossero stati d’accordo a non interferire con le sue future decisioni. Per molti di quelli presenti nel Parlamento, l’arroganza e la megalomania di tale discorso sono stati un segno che si stava superando il limite – tra l’altro qualcuno dice che Berlusconi stava aspettando il momento giusto per vendicarsi su Draghi che era presidente della BCE all’epoca della famosa “lettera Trichet-Draghi” (conosciuta anche come lettera della BCE all’Italia).
Ad ogni modo, non si dovrebbe neanche enfatizzare troppo l’importanza della rivolta anti-Draghi in Parlamento. Alla fine, Draghi ha solo detto, per filo e per segno, la verità ai partiti: “Voi non avete davvero potere, accettatelo e basta”. Ma questa è una verità che i partiti non sono pronti ad accettare. Fondamentalmente, loro non vogliono affrontare la contraddizione fondamentale che c’è tra l’architettura istituzionale formale del paese -quella della democrazia parlamentare- e ciò che potremmo chiamare l’architettura istituzionale “reale”, nella quale il parlamento e, quindi i partiti, non hanno praticamente potere perché il governo stesso, nel contesto dell’eurozona, ha poca autonomia economica. I partiti sanno tutto questo ma hanno difficoltà ad ammetterlo (a loro stessi ma, soprattutto, agli elettori).


Questo li lascia in uno stato di disaccordo cognitivo permanente che porta a ciò che possiamo chiamare “il ciclo politico del vincolo esterno”. Come nei paesi “normali”, i partiti competono per il consenso su diverse piattaforme elettorali -e come spesso accade i partiti che promettono il “cambiamento” vincono. Ma, a differenza dei paesi “normali”, i partiti che entrano nel governo presto scoprono di scarseggiare dei “normali” strumenti di economia politica necessari a cambiare davvero qualcosa in termini socio-economici. Infatti, hanno poca scelta se non quella di rispettare ciò che dicono Bruxelles e Francoforte, e se non rispettano le regole c’è sempre la BCE pronta ad alzare la fiamma. A quel punto, se il governo non cederà la BCE architetterà una crisi finanziaria in piena regola (pensate all’Italia nel 2011 e alla Grecia nel 2015) – che di solito porta i partiti a rivolgersi ai tecnocrati sostenuti dall’UE per risolvere i problemi che la UE stessa ha creato.
Eppure, anche se il governo cede, la crescente tensione tra i requisiti del rigore esterno e le richieste dei cittadini, che i partiti non riescono a distendere a causa della mancanza di strumenti, li porta a rivolgersi ai tecnocrati per risolvere l’empasse, lasciando che questi implementino le misure per le quali i partiti non vogliono prendersi la responsabilità. A questo punto, di solito, a man mano che le nuove elezioni si avvicinano, i partiti sentono il bisogno di rilegittimare se stessi agli occhi degli elettori e, quindi, rimettono il genio tecnocratico dentro la lampada – fino alla crisi successiva, che farà ripartire di nuovo il ciclo.
A grosso modo, questa è la storia di ciò che è accaduto tra il 2018 e la cacciata di Draghi, visto che il M5S e la Lega sono passati dal populismo anti-UE a Draghi nell’arco di solo due anni. E le prossime elezioni faranno partire un nuovo ciclo, inaugurato probabilmente da un governo di centrodestra guidato da Giorgia Meloni. Ma visto che la situazione economica e sociale sta peggiorando, questi cicli sono destinati a diventare sempre più corti. Un governo di centrodestra – “populista” o no- non sarebbe in grado di risolvere la crisi che Draghi si è lasciato alle spalle. Come sempre, le decisioni saranno prese a Bruxelles e Francoforte.
Con il lancio del suo recente “Strumento di trasmissione e protezione”, la BCE si è fornita di un mezzo che tecnicamente le permetterà di chiudere lo spread “whatever it takes” (a ogni costo), quindi scongiurando eventuali future crisi finanziarie. Questo intervento, comunque, è subordinato al rispetto delle direttive fiscali europee e alle “riforme” descritte nei piani del “recovery fund” di ogni paese – già predisposte da Draghi. Ma tutto ciò non servirà a mettere fine alla crisi sociale e finanziaria; a dire il vero, la peggiorerà. In altre parole, il prossimo governo italiano, se vuole stare finanziariamente a galla, non avrà altra scelta che seguire i diktat economici della UE. In un contesto come questo, quanto tempo passerà prima che l’ultimo residuo della legittimità democratica in paesi come l’Italia collasserà? E cosa accadrà dopo? La prossima crisi dell’euro pare che esploderà più nelle strade dell’Europa che nei mercati finanziari.

Come Draghi ha rovinato l’Italia

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