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ARGENTINA. DICEMBRE 2017

L’acqua, di nuovo. E di nuovo è la sua forza che mi sorprende e mi lascia senza fiato. Faccio spesso brutti sogni dove l’acqua si manifesta nelle sue forme più angoscianti e pericolose. Eppure credo di non avere avuto nessun trauma da bambina. Chissà. Dopo lo sventato annegamanento di Salvador, dove il fiato l’ho perso davvero per qualche secondo, l’acqua è tornata a segnare il mio viaggio. È un po’ come se fosse il segnalibro del mio diario di bordo.

Questa volta ero a Puerto Iguazu, nel nord-est argentino, a confine con Brasile e Paraguay. Sapevate che lì ci sono le cascate più grandi del mondo? In quel preciso punto del nostro pianeta accade qualcosa di davvero straordinario, la terra sprofonda, forma dei gradini enormi dove potrebbe passeggiare un gigante e il fiume Iguazu è costretto a tuffarsi giù, e lo fa con tutta la sua potenza, con un’energia che ti sbatte addosso forte, come le onde dell’oceano a Salvador. Vedi una parete di roccia scura lunga chilometri e alta novanta metri e tanta acqua, tantissima acqua, cadere giù come una cortina bianca e spumosa. Tutto intorno la foresta atlantica, verdissima, piena di animali selvatici e di vegetazione rigogliosa, una distesa enorme che si distende a perdita d’occhio. Rimani lì ipnotizzato da quello scorrere infinito, vedi un arcobalento tra una cascata e un’altra e uccelli planare sul verde, dove altro vorresti essere? Ti chiedi come si sarà sentita la prima persona arrivata in questo angolo di paradiso, quando tutto era ancora vergine e nascosto. Cosa pensi quando trovi qualcosa di così straordinario mentre stai cercando tutt’altro? Cosa pensi quando la natura ti si palesa in tutta la sua grandiosità senza preavviso, sbattendoti in faccia tutta la sua perfezione? Niente.

Ora, invece, vai lì e sai già cosa troverai, hai già spulciato foto su google immagini. Addirittura nella parte brasiliana del Parco di Iguazu c’è un negozio di souvenir quasi sotto la cascata, la sua vetrina è bagnata dal vapore sprigionato dal tuffo dell’acqua per quanto è vicino. Ma se riesci ad ignorare questa orrenda e inopportuna manifestazione di civiltà, e dopo aver fatto a gomitate con le decine di turisti che si accalcano a fare mille selfie senza neanche guardare quello che hanno alle loro spalle (e già, perché questa fantastica arte del selfie presuppone che tu dia le spalle al soggetto da immortalare e non gli occhi, pensaci), allora lo spettacolo che avrai davanti ti ripagherà di qualsiasi cosa, ti allevierà da qualsiasi turbamento. Quello scorrere ti cattura. E a proposito di scorrere, una riflessione su questo modo ossessivo che si ha di fotografare oggi: come reagiremo quando scopriremo che non si può immortalare tutto, che ci sarà sempre qualcosa che ci sfuggirà? La fotografia dovrebbe essere come una cornice, più che come un quadro. Serve ad incorniciare un tuo pensiero, un’impressione su un’immagine più che l’immagine stessa. Per questo credo che non sia tu a scegliere cosa fotografare ma che sia la fotografia a scegliere te. Per questo dovrebbero essere pochi i momenti da fotografare, invece oggi divoriamo ogni attimo e disimpariamo a scegliere, e se non sai scegliere allora non ti godi mai niente per davvero.

Lascio Salvador e volo a Montevideo, devo raggiungere Buenos Aires perché arriva Martina da Bologna e passeremo le vacanze di Natale in Argentina insieme. Buenos Aires e poi chissà, stabilire un itinerario preciso ci sembrava un po’ esagerato, un po’ da hipster, che scelgono mete hippie e poi organizzano tutto con la Lonely Planet, a noi invece piace credere di essere delle figlie dei fiori puro sangue. A Montevideo faccio la mia prima esperienza da couchsurfer, dormo due notti sul divano di uno sconosciuto contattato su questa piattaforma virtuale. Un’esperienza bellissima, Juan lavora per il distretto di Montevideo a una nuova applicazione che ti aggiorna in diretta sull’orario d’arrivo degli autobus e ama suonare la chitarra. Mi porta a un concerto rock in un parco, beviamo il mate portandoci per strada il bicchiere tradizionale, che è di legno e colmo di erba fino all’orlo, e un termos con dell’acqua che ogni tanto va riversata nel mate che si secca dopo pochi sorsi fatti attraverso una specifica cannuccia di metallo. Qui tutti vanno in giro così, tutti. Deve esserci una qualche forma di dipendenza da questa erba, ne sono sicura, un giorno uscirà uno studio scientifico su questo tema e io mi chiederò per l’ennesima volta perchè tutte le volte che mi viene un’illuminazione non riesco mai a tradurla in qualcosa di proficuo. Juan mi ha raccontato la storia dell’Uruguay, mi ha detto di quanto siano uguali loro e gli argentini e di come una volta, prima del colonialismo, quella terra fosse un tutt’uno, senza confini. Mi racconta la storia più attuale, della povertà e corruzione che c’è nel paese. Il secondo e ultimo giorno esco sola a fare una passeggiata e vedo una piccola manifestazione che blocca una fila di macchine al semaforo, dei giovanissimi ragazzi ce l’hanno con i tagli alle pensioni che stanno proponendo al Governo. In stazione, prendendo il bus per Colonia, dove avrei preso un traghetto per Buenos Aires, incontro Francesco di Crotone. Un altro viaggiatore. Con lui sfumo verso Buenos Aires, e dico sfumo perché mi sembra veramente tutta una striscia sfumata dello stesso unico colore, Brasile, Uruguay e Argentina. La musica è simile, in Uruguay hanno il candombe, che è simile al samba brasiliano e si suona soprattutto a carnevale. A Buenos Aires, la prima cosa che ho potuto notare è stata la stessa rabbia ed agitazione politica che ho annusato a Montevideo. Le prime immagini della capitale argentina sono cassonetti fumanti buttati in mezzo all starda, vetrine di negozi spaccate, qualche blindato e quelli che sembrano gli strascichi di una guerriglia urbana. Io e Francesco non abbiamo tempo di realizzare. Io aspetto Martina che arriva quella sera stessa, passeremo due giorni lì e poi voleremo a Iguazu.

È arrivata, finalmente. Dopo un mese e mezzo di viaggio in solitaria ritrovo il piacere di condividere cose e momenti con un’amica. E non è cosa da poco. Come sempre con Martina, il viaggio è fricchettone al punto giusto, con un pizzico di spensieratezza e un retrogusto un po’ zingaro, poco ragionato diciamo. A partire dal fatto che gli ostelli sono stati scelti con criteri abbastanza discutibili e solo due giorni prima della partenza, ma la vera questione è che la nostra prenotazione riguardava solo la prima metà del viaggio, la seconda metà è tuttora nascosta in qualche angolo remoto e oscuro dell’universo delle possibilità. Sin dal primo giorno raccogliamo testimonianze di umanità per strada, in aeroporto, in bar e autobus. C’è sempre qualcuno con noi. Prima Francesco, il nostro gps ufficiale e blogger di enologia preferito (bereesapere.blogspot.com), poi Joaquin di Cordoba, la nostra dolcissima mascotte delle cascate di Iguazu, accompagnatore fedele e quasi fratello maggiore, vista la costante premura nei nostri confronti, neanche fosse il nostro assistente sociale. Poi c’è il mitico Gianni (che ovviamente non si chiama Gianni ma Gianmarco), conterraneo espatriato in Michigan. Volevo ribadire qui, pubblicamente, le mie scuse per aver fatto cadere della margarina nella sua scarpa e sui suoi pantaloni, dopo solo mezz’ora che ci conoscevamo. È che io e Marty non mangiavamo da un po’ e allora quei strepitosi salatini alla soia pucciati nella margarina pura ci sembravano così deliziosi che non potevamo non divorarli in maniera selvaggia. Gianni sta documentando il suo bellissimo viaggio con una GoPro, a breve le coordinate per seguirlo nell’etere. Durante l’attesa di otto ore in aeroporto a Iguazu, dovuta allo sciopero causato dai disordini di Buenos Aires, abbiamo avuto modo di conoscere persone e personaggi e anche altri oggetti non identificati, come una specie di scarafaggio-pokemon che ha svegliato Martina mentre riposava sdraiata sul pavimento. Abbiamo rivisto tre ragazzi anglo-francesi incontrati su un autobus a Iguazu e conosciuti dopo il cin cin di protesi tra Marty e uno di loro, usato come pretesto per attaccare bottone. Sebastien ha perso la gamba alla stessa età di Marty e gioca a rugby. E così, per una coincidenza assurda, in mezzo alla foresta atlantica, un bel giorno d’estate australe una campionessa mondiale e uno dei dieci migliori rugbisti al mondo chiacchieravano e si confrontavano su tematiche importanti riguardo lo sport e la disabilità, tessendo inconsapevolmente le trame di un dialogo che, secondo me, andrà presto oltre la semplice chiacchierata e produrrà cambiamenti reali nel mondo dello sport. Bisogna fare rete per tutto ciò che vogliamo cambiare, e anche nel mondo dello sport c’è un bel po’ di lavoro da fare. Meno male che Marty e Sebastien si sono incontrati, alla fine se non avessero avuto la protesi, probabilmente, avrebbero viaggiato nello stesso bus senza sapere niente l’uno dell’altro. Abbiamo conosciuto Santiago, il ballerino folkclorico che ci ha subito preso in simpatia e ci ha dato uno strappo in ostello in macchina dall’aeroporto, passando prima dal locale di un suo amico dove era appena terminato un concerto dal vivo.

Oggi abbiamo visitato La Boca, un quartiere aggredito dal turismo di massa ma, come spesso accade, ricco di storia e di storie che trovi solo se gratti bene su quella superficie artificiale e luccicante che cercano di venderti ad ogni angolo. Anche qui succede di reincontrare persone. Rivediamo un altro Santiago, un operatore turistico in bicicletta conosciuto per strada il primo giorno, attore per passione. Ci fa infiltrare in un suo gruppo di clienti inglesi mentre sta spiegando il murales ritraente le madri dei desaparecidos. Ci commuoviamo, si commuove anche lui, come sempre dice. Gli scontri del giorno prima davanti al Congresso sono stati i più duri dopo quelli del dicembre 2011, Santiago dice che la crisi politica è così forte da credere che la repressione degli anni peggiori non sia mai terminata, in realtà. L’ultimo desaparecido è Santiago Maldonato, sparito questo agosto durante una repressione della polizia statale ai danni di una comunità mapuche che lotta da  anni per riavere la sua terra rubata dall’azienda Benetton. Siamo nel 2017 e in Argentina si suppone ci sia la democrazia. Dopo questo momento amaro con Santiago io e Marty ci addentriamo in una strada più isolata, fuori dal circuito folle di selfiesti scatenati, e andiamo a mangiare in quello che sembrava il nostro posto: colorato e decaente al punto giusto. Una sorta di tavola calda recuperata in una specie di struttura in lamiera che però vendeva un riso con pollo buonissimo a soli tre euro. Si accomoda con noi, al nostro tavolo di plastica rosso sbiadito, Damian, un ragazzo dalla carnagione scura di trentotto anni e con due figli a carico. Ci offre una birra per festeggiare, gli danno una casa sul mare gratis per un mese e lui non sta nella pelle perchè finalmente potrà portare fuori i figli per le vacanze di Natale. Non abbiamo capito come ha fatto ad ottenere questa casa, ma forse meglio non chiedere, alla fine non ci interessa. Chiacchieriamo per un paio d’ore col nostro nuovo compagno di viaggio provvisorio e scambiamo un paio di battute con una signora seduta al tavolo accanto. Dopo aver ingurgitato il suo hot dog pieno di salse ci dice che la nuova legge sulle pensioni la riguarda da vicino ma in realtà non le interessa, perchè a lei piace il presidente Macri, dice che è un señor e che quindi confida nelle sue decisioni, è sicura che verrà ripagata in qualche modo. Quando è amore è amore. La signora innamorata va via e Damian ci dice che il governo di Macri, in realtà, sta peggiorando drasticamente la situazione in Argentina. Lui non si fida, è coraggioso.

Damian ci porta a fare un giro nella parte più popolare de La Boca, quella che i recensori della guida Lonely Planet sconsigliano vivamente, inconsapevoli che così stanno facendo morire pezzi di città e innescando meccanismi di ghettizzazione e marginalizzazione che saranno sempre più difficili da gestire. Questa parte del quartiere è stupenda, ricca di graffiti e case coloratissime, viali alberati e qualche cane e gatto randagi. Damian saluta tutti, dice che con lui siamo al sicuro e che non ci deruberanno. È sempre un piacere saperlo con certezza, comunque. D’altronde lui ha rapinato banche solo per spirito d’avventura quando era piccolo, perché la sua famiglia era ricca e lui voleva solo divertirsi, ma questo l’abbiamo saputo solo alla fine, quando ci stava salutando per tornare a casa. Insomma, alla fine torniamo in ostello, un’altra giornata è scorsa via come l’acqua con le sue gocce e i suoi momenti. I ricordi di Salvador, però, non sono ancora fluiti del tutto, circolano ancora. C’è ancora l’ultima settimana passata a Bahia da raccontare e da raccontarmi. Ogni cosa ha suo tempo. Ora la priorità, per esempio, è capire cosa faremo domani; è inutile fare piani se sai che tanto te li farai scombussolare man mano dalle cascate di eventi e persone che ti fluiscono intorno.

Cascate

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