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Ore nove, colazione con cereali ultra-processati e brioches industriali. Ore dieci, gioco libero con i Lego: costruiamo un esercito, poi inizia la guerra vera e propria. Fucili, pistole, carri armati e soldati. Da lì tutta una serie di suoni onomatopeici degni della colonna sonora di “Full Metal Jacket”. Ta-ta-ta-ta, sbam, sbum, sbam. Ore undici, missione parco fallita, si resta a casa a guardare un cartone su Netflix. Bene. E anche oggi torno a casa con la sensazione di aver mancato una gran bella occasione.

Sempre più spesso a fine giornata mi chiedo: come si educa oggi?

E sempre più spesso mi rispondo che, forse, ci sarebbe bisogno di una rieducazione globale. Non solo dei più piccoli ma soprattutto di noi “grandi”.
In un momento storico come questo, dove il ruolo dell’istruzione sembra essere tornato al centro del dibattito socio-politico, è estremamente importante ripensare l’educazione cercando di rivoluzionarne tutti i paradigmi che ne sono alla base.
Prima di tutto, bisognerebbe riflettere a lungo e profondamente sugli strumenti utilizzati perché, come sostentuto anche dallo psicologo e pedagosgista Vygotskij, grazie a questi non solo superiamo i vincoli dell’ambiente ma noi stessi cambiamo attraverso l’uso che ne facciamo. Lo strumento modifica il contenuto. La forma modifica la sostanza.
La tecnologia digitale modifica il nostro modo di pensare e, quindi, di essere.
In un’epoca in cui vengono prodotti nuovi strumenti a ritmo costante e accellerato, diventa urgenza impellente quella di fermarci un attimo per capire cosa sono e come agiscono su di noi questi nuovi gingilli che si sono imposti nelle nostre mani.
Certo, le innovazioni tecnologiche nel campo della comunicazione hanno sempre provocato grandi cambiamenti sociali e, spesso, hanno apportato miglioramenti nel nostro stile di vita. Basti pensare all’introduzione della scrittura; questa nuova pratica non ha solo modificato il modo di comunicare degli individui, bensì ha portato a un nuovo modo di pensare se stessi e il mondo che ci circonda. Nel quinto capitolo del “Fedro”, intitolato “Superiorità dell’oralità”, Platone afferma per bocca di Socrate che

“La scoperta della scrittura avrà come effetto quello di produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché, fidandosi della scrittura, si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei e non dal di dentro e da se medesimi. [I tuoi discepoli] crederanno di essere conoscitori di molte cose, mentre, come accade per lo più, in realtà non le sapranno”.

Allo stesso tempo, però, la scrittura ha anche favorito la profondità di pensiero e l’introspezione. Tutto sta nel capire i pro e i contro delle nuove invenzioni.
Ecco, oggi io mi sento più o meno come come si sentiva Platone nel 370 a.C. Solo che, al posto della scrittura, l’oggetto della mia preoccupazione sono i numerosi dispositivi tecnologici di cui facciamo quotidianamente uso.
Il punto della questione qui è che, se è vero che le invenzioni tecnologiche hanno sempre modificato la vita dell’uomo, è vero anche che la rapidità della diffusione globale dei nuovi dispositivi è assolutamente senza precedenti. Manuel Castells, sociologo spagnolo, ci fa notare che negli Stati Uniti la radio ha impiegato oltre trent’anni per raggiungere sessanta milioni di persone, la televisione ha raggiunto questo livello di diffusione in quindici anni e Internet lo ha fatto in soli tre anni dalla nascita del world wide web.
Cosa c’è alla base del progresso, quindi? Qual è la causa ancestrale che sembra portare l’uomo a ricercare sempre la velocità? Perché creiamo strumenti comunicativi sempre più veloci e comodi?

Perché l’uomo, nel corso delle varie epoche, non ha mai preferito la lentezza alla velocità?

Credo sia una bella domanda. Stimolante, perlomeno.
Ormai studiosi ed esperti di ogni settore, neurologi, psichiatri, sociologi, antropologi ma anche intellettuali e filosofi sembrano essere tutti d’accordo sul fatto che quella che stiamo vivendo sia una nuova era. Per qualcuno, però, è azzardato parlare di “nativi digitali”. Cercare di dare una definizione a un fenomeno sociale di questa portata rischia di dare per scontato un cambiamento che, in realtà, non è ancora avvenuto del tutto. Non solo, appassionarsi acriticamente a ogni nuova scoperta rischia di non farci comprendere con lucidità cosa ci sta accadendo realmente.
Mi spiego meglio. La nascita delle tecnologie touch è relativamente recente, risale all’inizio degli anni ’90. In particolare, al 2007, quando, cioè, la Apple lancia il primo IPhone. Da lì, a pioggia, vengono creati di continuo nuovi dispositivi touch che, grazie al loro facile utilizzo, danno il via all’interazione diretta bambini-schermi. Pier Cesare Rivoltella, docente dell’Università Cattolica di Milano, citando studi importanti, afferma che occorrono centinaia di migliaia di anni prima che si verifichino cambiamenti radicali sul piano neuroanatomico. E’, quindi, troppo presto per parlare di “Homo digitalis”. Secondo lo studioso i progressi delle neuroscienze offrono senza dubbio delle opportunità straordinarie, ma celano anche alcuni rischi come quello di credere di poter comprendere l’individuo semplicemente a partire dai processi biochimici e di creare, quindi, neuromitologie.
Insomma, stiamo spacciando la cultura per natura.
A questo punto, se di cultura si tratta, perché sembra che nessuno ne parli? Perché la politica non investe in indagini sul campo? Perché, se la scienza ci parla sempre più spesso dei rischi derivanti dall’uso smodato dei dispositivi tecnologici, le aziende private, spalleggiate dalla classe politica, continuano a produrre sconsideratamente queste macchine? E, soprattutto, perché alla produzione massiccia di questi dispositivi non si affianca un programma di educazione all’uso corretto degli stessi?
Giuseppe Riva, psicologo e docente universitario, tra i principali cambiamenti causati dalle tecnologie digitali, si sofferma su quelli cognitivi, identitari e sociali. Il più spaventoso tra questi è quello relativo all’alto livello di analfabetismo emotivo.

I cosiddetti “nativi digitali” non sembrano più riconoscere e controllare le proprie emozioni.

Queste, infatti, non vengono più vissute in prima persona ma vengono automaticamente trasferite nell’alterità del prodotto digitale: in un videogame, in un video o in un film. Non solo, è ormai assodato che l’errato utilizzo dei media intacca la capacità di concentrazione e di contemplazione. Quindi, leggiamo e pensiamo peggio. E non mi si obietti l’avverbio “peggio” cercando di sostituirlo con un semplicistico e disonesto “diversamente”. Non solo leggiamo e pensiamo diversamente ma lo facciamo peggio. Abbiamo il coraggio di dirlo. In quanto essere umani e padroni della nostra evoluzione possiamo permetterci di dare giudizi di valore sulla nostra stessa evoluzione. Anzi, dovremmo tornare a pensare alle nostre priorità affinché ci sia più bellezza in questo mondo.
Lo dice anche la scienza, la neurofisiologia, con esattezza. Quando navighiamo nel web siamo costantemente distratti e interrotti perché sottoposti a input rapidi e continui. In un contesto simile, il nostro cervello non crea connessioni neurali forti che diano profondità e carattere distintivo al nostro pensiero.

I circuiti neurali che presiedono le funzioni della riflessione e della contemplazione lentamente si indeboliscono e cominciano a cadere in pezzi.

Diventiamo semplici unità di elaborazione del segnale, delle macchine. E tutto questo è ancor più incisivo e pericoloso in età evolutiva. Quanta bellezza.

Immaginate i bambini di oggi tra trent’anni. Come potranno creare reti di solidarietà ed empatizzare con i più deboli? Come potranno sentire sulla loro pelle le cose della vita?


Ma torniamo alla domanda più importante: perché, nonostante gli effetti positivi della tecnologia digitale sulle prestazioni scolastiche siano assai dubbi, la scuola continua a investire in questo settore? La scuola non dovrebbe essere un luogo dove coltivare l’attenzione?
Perché, invece, si fa a gara per avere la scuola più hi-tech, più moderna, più digitalizzata?
D’altronde, come dicevamo, la retorica della “generazione digitale” è chiaramente più un tentativo di vendita di un oggetto che una descrizione scientifica propriamente detta. Come afferma lo studioso Buckingham, questa etichetta “rappresenta non tanto una descrizione di cosa i bambini o i giovani realmente fanno o sono, ma un insieme di imperativi relativi a cosa essi dovrebbero essere o dovrebbero diventare”.
Non dobbiamo mai dimenticare che chi produce questi gadget lo fa per fare profitto e non per educare. Quindi non ipotechiamo l’educazione dei nostri bambini -il nostro futuro- a chi di educazione non ne sa poco o niente. Se non capiamo a fondo questo fenomeno e ci limitiamo a darlo in mano ai futuri adulti senza istruzioni per l’uso, poi non potremo pretendere di avere un mondo senza consumismo, inquinamento, guerra e plastica. Francamente, credo sia da ipocriti continuare a lottare per un pianeta migliore ignorando il fatto che il “punto zero”, la radice di ogni lotta è quella per l’educazione.

Come pensiamo di rivoluzionare la nostra società se i semi che stiamo piantando, i bambini, sono già malati? E non importa se la terra è fertile, quel seme non diventerà mai pianta.

Come scrive George Monbiot, giornalista del Guardian, su Internazionale “veniamo formati in vista di un successo individuale nella competizione con gli altri, proprio in un’era in cui la collaborazione è una necessità sempre più urgente”. E, in questo, la tecnologia digitale e i vari social network non ci sono troppo di aiuto. Il modo in cui ci insegnano le cose oggi “non ci mette sulla strada giusta per capire chi siamo”. Forse, come afferma Monbiot, dovremmo insegnare l’ecologia ai bambini perché, “se tutti avranno un’istruzione ecologica, non vivremo soli e il mondo non sarà fatto solo di ferite”.
So che la Lego ha prodotto nuove collezioni in legno. Intanto sostituisco la plastica con un materiale più ecosostenibile (e non so quanto questa scelta sia migliore). Per Netflix e i soldatini, francamente, nel breve periodo non so proprio cosa fare. E io di quelle onomatopee belliche sono più che stanca. Anche perché, se non ci pensano la scuola e i genitori, credo sia un po’ improbabile che una babysitter occasionale, da sola, riesca a educare e salvare il mondo. Una scrittrice forse sì.

Bambini tutta guerra e plastica

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