share

BRASILE. NOVEMBRE 2017. PART 2

Qui basta mettere il naso fuori casa e le cose ti accadono nella maniera più inaspettata, ti sbattono contro con la stessa forza con cui le onde grandi dell’oceano incontrano la spiaggia. Ecco, il mare qui è potente, sembra che ti parli anche lui, che gridi. Le sue onde sono pericolose se non sai come gestirle -e io, in effetti, con il mio proverbiale atletismo stavo per lasciarci le penne sotto un’onda incontrata casualmente nella spiaggia di Buracão qui a Salvador. Ma suicidi sventati a parte, qui la vita è davvero interessante.

Venerdì scorso stavo passeggiando per Pelourinho, il centro storico di Salvador, quando una strana combriccola ha attirato la mia attenzione. Come accade sempre qui, non ho avuto neanche il tempo di valutare l’idea se avvicinarmi o meno, perché nell’arco di pochi secondi un vecchio signore era già accanto a me con un gran sorriso a spiegarmi cosa stesse succedendo. Era una compagnia di teatro e stavano provando lo spettacolo che avrebbero fatto di lì a poco e che io non avrei potuto vedere perché ero di turno in ostello.  Uno spettacolo itinerante con testi tratti dalle maggiori opere di Jorge Amado, uno dei miei scrittori preferiti. Così chiacchiero con una ragazza, un’attrice bravissima, mi parla del Brasile, di quanto i giovani qui siano addormentati, di quanto la gente sia stanca di lottare. Lei, però, dice che l’arte può salvarci. E io sono d’accordo con lei. Mi invita a seguirli per strada durante le prove e vedendo il loro divertentissimo spettacolo da “dietro le quinte” mi convinco ancora una volta della forza universale delle emozioni. Fissavo gli attori, li osservavo attentamente, cercavo di carpire il significato di tutte le parole e, nonostante la barriera linguistica, sapevo che stavamo condividendo la stessa emozione. Il teatro è così e, infatti, il suo linguaggio universale mi manca da morire.

Ho iniziato a dare lezioni di spagnolo e inglese in una piccola scuola. Dire “scuola”, però, è un eufemismo. Insomma, una serie di stanze ricavate in una mansarda, con lavagne senza pennarelli funzionanti, orari che ti cambiano nel giro di un attimo e imprevisti all’ordine del giorno. Ecco cos’è. Mi pagano una miseria, ciò che ho in cambio, più che il denaro, è uno stimolo ad imparare il portoghese -visto che comunicare in spagnolo e in inglese con gli allievi è impossibile, considerando il loro livello- e anche un’esperienza personale incredibile. Qui devi ragionare così, in termini romantici e non economici, altrimenti sei fottuto. I miei allievi sono tutti del posto e lavorando con loro ho la sensazione di toccare con mano pezzi di realtà dell’intero Brasile. L’altro giorno, tentando una conversazione in spagnolo, ho chiesto a un’allieva se studiasse o lavorasse, lei ridendo mi ha risposto “Io sono nata pensionata, è ovvio che non lavoro, siamo in Brasile!”  La disoccupazione giovanile qui è ai massimi storici e, ovviamente, questo non è il problema più grande. Oggi una ragazza della stessa classe mi ha parlato della pericolosità di Salvador e di quanto le piacerebbe andare a vivere in Australia. Ha perso sua madre poco fa, uccisa violentemente per strada. Non ho fatto altre domande. Salvador è così, malvagia e bellissima. L’altra sera, fuori da un locale dove stavano suonando del samba (sì, samba è un sostantivo maschile e non femminile, non vi agitate), un uomo è sceso dalla macchina con una pistola in mano, qualcuno aveva accidentalmente colpito con una mano la sua auto e lui, a quanto pare, voleva rendere chiaro quanto questo gesto fosse stato poco apprezzato. Era un messaggio, diciamo. Questione di linguaggi. Nonostante tutto, però, noi gringos (bianchi, più in generale stranieri) siamo al sicuro qui a Salvador. Sì, non dobbiamo spaventarci di tutte le cose brutte che accadono qui perché la polizia riserva un trattamento tutto particolare a noi turisti. Se ti beccano con uno spinello in mano o mentre stai facendo qualsiasi altra cosa illegale, stai sicuro che faranno finta di non vederti. Tu stai portando soldi in Brasile, perciò, sei tutelato. Se però il colore della tua pelle è un po’ più scuro allora stai certo che il limite di tolleranza scenderà radicalmente. Per esempio, l’altra sera ho visto con i miei occhi un poliziotto manganellare -manganellare- un ragazzo solo perché stava facendo pipì per strada vicino a un lampione. Certo, è questione di decoro, non si fa, ma perché mai manganellarmi, soprattutto quando a dieci metri di distanza c’è un senzatetto che fuma del crack e un ragazzino che sniffa della colla? Tra l’altro, lo stesso ragazzino -conosciuto in tutto il centro storico- che si prostituisce con gli uomini per avere in cambio due spiccioli. Un ragazzino di tredici anni che fuma crack tutti i giorni. Qui è così, il crack è il cancro della società, anzi, è già la sua morte.

In un improbabile continuum, accanto alla criminalità e alle varie follie, c’è l’aspetto magico di Salvador, nel senso più stretto del termine. Il rito della macumba è nato in qui in Brasile (a Bahia più conosciuto con il nome candomblè), tradotto da rituali importati dagli schiavi africani durante il colonialismo. Qualche sera fa ero con degli amici e andavamo in giro a zonzo in macchina, mentre loro mi raccontavano Bahia. Mi portano in una punto della città con una vista mozzafiato. Vedo le stelle a Salvador per la prima volta. Dal precipizio, ai miei piedi, vedo il piccolo golfo con la spiaggia di Buracão illuminata dai lampioni. Le onde bianche e forti che non si fermano mai e il loro rumore. Poi, sulla sinistra, che si tuffa nel mare, l’ombra nera di un promontorio con le sue poche palme che sembrano ciuffi spuntati per sbaglio. Mi volto e, per caso, noto sotto un lampione una bottiglia e un piatto, mi avvicino curiosa per capire di cosa si tratta e, solo dopo qualche minuto, riesco a decifrare l’immagine buia: una bottiglia di spumante ancora piena e nel piatto la carcassa di un uccello circondata da fiori e altri oggetti indefinibili. Uno dei miei amici si avvicina correndo e  mi grida di non toccare -e poteva stare sicuro che non avrei mai toccato la carcassa di un animale. Qualcuno aveva fatto un’offerta a Orixa, la divinità del mare. Quella che ho davanti agli occhi è una macumba. Così, dopo le stelle, l’oceano, le palme e la macumba decido di tornarmene a casa rassicurata dal fatto che la mia bella dose quotidiana di emozioni forti è stata sufficientemente raggiunta.

“A me non piace Salvador, è troppo matta, è tutto fuori di testa e la troppa follia fa male”, forse le parole di una signora sulla sessantina un po’ brilla incontrata a un samba l’altra sera sono giuste. Oppure non significano niente. Cos’è, alla fine, la follia? Qualcuno qui mi ha detto che la follia non esiste. In effetti, le infinite sfumature di colore che i baiani hanno sulla loro pelle coincidono perfettamente con le sfumature di significato che ogni parola può avere. Qui non c’è bianco e nero, ma tutto ciò che c’è nel mezzo. Qui esiste un mosaico di forme e colori bellissimi che non vuoi mai smettere di guardare perché è qualcosa di davvero straordinario. La diversità. Il Brasile è bello, qualsiasi significato tu attribuisca a questa parola. È tutto un abbraccio, i sorrisi perenni delle persone, i colori vivaci, la musica forte, la natura grandiosa, la sua follia e la sua magia, tutto ti abbraccia.

Bahia, follia e magia

Post navigation


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *