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Combattiamo per delle cause sociali che ormai non sono altro che bolle dentro le quali possiamo rimanere solo se rispettiamo i vari diktat che ci vengono imposti dall’alto.
Ci siamo smarriti così tanto nel lungo tragitto fatto fin qui che ora, pur di sentirci meno soli e parte di qualcosa, ci va bene rimanere ingabbiati all’interno di scadenti contenitori ideologici. Dove siano finiti il senso critico e il pensiero laterale non si sa. Al giorno d’oggi ciò che conta è avere una voce stridula che sappia gridare forte e chiara la parola “diritti”.
Tutto è una lotta; il genere, l’educazione, l’ambiente, qualsiasi settore della nostra vita civica e sociale sembra richiedere a gran voce un aggiustamento, un riscatto. E questo è giusto.
Ciò che non è giusto, però, è ripetere a mo’ di mantra la parola “diritti” dimenticandosi che molti di questi coincidono e sussistono solo se accompagnati da alcuni doveri fondamentali. I doveri fondamentali sono lo studio, l’approfondimento, la crescita intellettuale e spirituale, l’impegno e il contributo alla società in termini di rispetto reciproco e solidarietà.

L’identitarismo sta lentamente rosicchiando le nostre coscienze e spianando la strada all’attivismo propagandistico e alla strumentalizzazione delle lotte sociali. Invece di creare una contaminazione orizzontale tra i vari soggetti presenti nel basso, che porterebbe a un fronte unitario e trasversale contro chi detiene il potere, ciò che sta avvenendo è una contaminazione verticale, ovvero dall’alto verso il basso. Una contaminazione che ha dato vita a fenomeni come la “green economy”, la “gig economy”, l’ultrafemminismo, la digitalizzazione scolastica e l’alimentazione “bio”.
Tutto questo, non c’è neanche bisogno di spiegarlo, altro non è che il camuffamento di quella parte di capitalismo che teme la sua stessa distruzione e perciò si vuole reinventare cambiando semplicemente abito.
Il problema di tutte le lotti di oggi è che pretendono diritti civili dimenticandosi, però, di quelli umani e sociali. E così, l’uomo diventa il nemico della donna, la scuola pubblica della scuola privata e di quella sperimentale, la tradizione del progresso. Il nuovo deve sostituire il vecchio, a tutti i costi, sempre.
E se non fosse così? E se la verità è che stiamo guardando nella direzione sbagliata? Il nemico forse risiede proprio dentro di noi. Non basta usare un linguaggio “politicamente corretto”, l’asterisco o la “e” capovolta, non basta neanche essere estremisti dell’alimentazione e far diventare vegani i propri figli oppure essere estremisti della pedagogia sperimentale isolando i bambini dal resto della società.
L’identità è fluida e in perenne movimento, non risiede solo nei nostri gesti, nei nostri slogan e in ciò che diciamo ma risiede anche e soprattutto in ciò che pensiamo. Non sei femminista solo perché ti comporti e dici cose “da femminista”, come non sei un antirazzista se stringi la mano a una persona di un altro paese senza guardarla storto. Sei un attivista vero solo se riesci a coltivare il tuo pensiero autonomo e a trovare la tua personale formula di lotta al sistema, senza dover obbedire per forza al protocollo identitario. Non avere paura di essere “cancellato” dalla lotta solo perché hai proposto uno slittamento del punto di vista condiviso, la gogna mediatica divora te ma divorerà anche chi ti ha eliminato. Perché le rivoluzioni di oggi sono questo, grida effimere e virtuali che niente hanno a che fare con il cambiamento vero, che avviene solo ed esclusivamente nella realtà concreta. Sono cose che finiscono perché di ideologico e perenne, in realtà, non hanno un bel niente.

Come è possibile che nessun attivista o sbandieratore dei partiti di sinistra stia parlando del Great Reset? Come è possibile che si stia lasciando questa discussione sul tavolo dei partiti di destra, dei complottisti e dei nazifascisti?
“The Great Reset” è il titolo dell’iniziativa lanciata dal World Economic Forum di Davos dello scorso gennaio in cui i principali leader mondiali hanno condiviso pubblicamente le loro opinioni sullo stato del mondo nell’era della pandemia. La definizione fu usata per la prima volta nel libro “The Great Reset: How the Post-Crash Economy Will Change the Way We Live and Work” di Richard Florida, pubblicato nel 2010 in seguito alla crisi economica del 2008.
Il saggio parlava di uno smantellamento del sistema capitalistico neo-liberale che aveva portato alla crisi finanziaria di quelli anni, oggi, invece, i grandi di Davos stanno discutendo su come “migliorare il capitalismo rendendo gli investimenti più orientati al progresso reciproco e concentrandosi maggiormente sulle iniziative ambientali”.
Tradotto in termini semplici: conservare lo stesso sistema fallimentare che ha contribuito alla nascita della pandemia e salvaguardare gli equilibri di potere presenti. Insomma, da questa pandemia usciremo tali e quali a quando ci siamo entrati, solo un po’ più “green” e più “liberal”. La diseguaglianza rimarrà la stessa di oggi, il divario tra paesi ricchi e paesi poveri, probabilmente, aumenterà, chi era ricco rimarrà tale e chi era povero lo sarà ancora di più.
Il Great Reset è, quindi, la reimpostazione del tecno-capitalismo. Reimpostazione con cui il sistema ci illude che innovazione digitale, diritti umani e del lavoratore e transizione green possano andare di pari passo quando, invece, la digitalizzazione applicata alla produzione e al consumo è soprattutto sfruttamento dell’uomo e della biosfera.
Probabilmente avremo più diritti civili, le coppie omosessuali potranno sposarsi e avere figli, noi donne avremo qualche poltrona in più e finalmente vedremo aumentare i nostri stipendi. In compenso, però, i riders continueranno ad essere sfruttati nelle strade delle grandi città, i paesi del Sud continueranno ad essere depauperati delle loro risorse, noi continueremo a lamentarci delle invasioni dei migranti e i nostri figli cresceranno con dei gravi deficit neurologici, fisici ed educativi a causa degli inutili investimenti nella digitalizzazione scolastica – voluti per accontentare interessi privati più che per migliorare l’istruzione. A proposito di istruzione, non si spiega come migliaia di ricerche sui danni neurologici, psicologici e fisici causati dall’uso smodato dei dispositivi tecnologici, vengano deliberatamente ignorate e continuamente sorpassate da proposte volte al progresso digitale. Non si capisce neanche come sia possibile che non si investa in un’educazione digitale per far sì che i giovani comincino ad usare la rete in maniera più consapevole e cauta. Non si capisce perché, in Italia, i soldi del Recovery Fund verranno spesi per “migliorare la DAD” invece che per assumere migliaia di docenti precari o per ristrutturare gli edifici scolastici che cadono a pezzi. La DAD non è scuola e non si può pensare neanche lontanamente che questo diventi lo schema dell’istruzione del futuro. La DAD non si deve migliorare, è uno strumento emergenziale che non deve diventare assolutamente strutturale.
Il Great Reset è come il Gattopardo, tutto cambia affinché niente cambi per davvero. Le carte del mazzo sono le stesse ma verranno soltanto mischiate. Gli interessi delle grandi multinazionali saranno sempre i primi ad essere tutelati; Amazon, Google continueranno a non pagare le tasse e a rubare i nostri dati. Le grandi aziende di cibo biologico continueranno a disboscare l’Amazzonia e altre foreste per produrre soia o per allevare bestiame illegalmente.
La retorica che si sente, ormai, anche a sinistra e che parla del progresso come qualcosa di inevitabile e da assecondare sempre è una retorica perdente e senza senso. Una retorica pericolosa che guarda in faccia il nuovo capitalismo che sta arrivando e volge le spalle ai più bisognosi.
Le donne gridano, Greta Thumberg grida, tutti gridiamo ma c’è qualcuno che rimane sempre inascoltato, chissà perché. Non è che stiamo facendo il gioco dei potenti continuando a scendere in piazza chiusi ognuno nella propria bolla senza dare il vero nome a ciò che ci sta distruggendo da dentro? E’ un mostro multiforme che accompagna l’essere umano dal suo esordio su questa Terra, oggi si chiama capitalismo green o neoliberalismo, domani cambierà di nuovo nome, in realtà si tratta di una cosa semplicissima: sete di potere.


Ousmane Sonko, oppositore e leader panafricanista senegalese arrestato e rilasciato su cauzione qualche giorno fa, in una recente intervista ha detto che dovremmo “scommettere su una mobilitazione endogena delle nostre risorse e orientarci sulle nostre vere priorità, come l’educazione e la salute”. Si riferiva, ovviamente, al suo paese, al Senegal, dove è arrivato terzo alle elezioni presidenziali del 2019 e dove concorrerà per quelle del 2024. L’educazione e la salute, però, potrebbero essere davvero il punto di partenza per la rivoluzione e la nascita di una nuova società, non solo in Senegal ma in tutto il mondo. Chiedere e ottenere diritti civili senza lottare, parallelamente, per la fine della povertà e per un’istruzione globale, vuol dire essere ciechi davanti a chi ha più necessità di noi.
Questo dovremmo insegnare nelle scuole, ad essere sempre attenti a chi è più in difficoltà di noi, a salvare la gente in mare, a non avere paura del diverso e ad ascoltare. Solo dopo esserci occupati di queste cause urgenti, possiamo cominciare a parlare di linguaggio dell’inclusione, di diritto delle donne occidentali di vestirsi come pare e piace a loro, di eliminare la carne dalla nostra dieta.
E’ ovvio che ogni lotta è giusta e che l’importante è cercare di migliorare questa società. Però, altrettanto importante è riflettere sulla reale efficacia e sulla vera trasversalità del nostro metodo.
Non esiste una gerarchia delle cause sociali, come non esiste una lotta più importante di un’altra però esiste un metodo più efficace di altri che è quello di voltarsi e vedere chi stiamo lasciando indietro nel nostro cammino verso un mondo migliore. Smettiamola di guardare solo chi ci somiglia nell’apparenza, le altre donne, gli altri occidentali o i nostri coetanei.
Sempre nella stessa intervista, Sonko suggerisce di rinegoziare i contratti con le imprese straniere. “Il nostro discorso inquieta l’élite politica seduta sulle prebende dal 1960 […] Gli investitori stranieri seri non devono inquietarsi perché sanno che guadagneranno di più in uno Stato con delle regole”
Ecco, non dobbiamo smettere per forza di fare tutto ciò che stiamo facendo ora, però possiamo cominciare a farlo in un altro modo. “Una risorsa naturale può essere solo una benedizione divina. E’ il suo uso che lo può far diventare una maledizione”.
Quando si guarda il mondo con un occhio critico, sorge spontanea una domanda: perché la stessa opinione pubblica che lottò contro la guerra in Vietnam o in Iraq non fa la stessa cosa per i diritti dei paesi africani?
Perché c’è sempre una narrazione unilaterale, egemonica che ci vuole tutti come pecore dietro questa causa o quell’altra facendoci dimenticare di tutte le altre ingiustizie esistenti sul pianeta?
Il Great Reset modificherà il nostro modo di studiare, di comunicare e, quindi, di essere. E’ una macchina gigantesca che si sta mettendo in moto e che si declinerà in ogni aspetto della nostra vita, dall’istruzione alla salute, dal lavoro alle nostre stesse case.
Non dobbiamo frenare il progresso, o meglio, il progredire del tempo ma, perlomeno, dovremmo soffermarci un attimo a riflettere su come e quanto stiano cambiando le nostre vite. Dovremmo chiederci chi e perché stanno rivoluzionando la nostra quotidianità. Dovremmo chiederci tutti se quello che ci sta accadendo è ciò che vogliamo davvero. Amici attivisti, non è forse giunta l’ora di cominciare a disturbare sul serio chi decide per noi e smetterla di raccontarci delle storielle? Non deponiamo le armi e non permettiamo al progresso tecnologico di distruggere, indisturbato, il nostro senso di umanità.

Addio alle armi, benvenuto Great Reset. Appello a noi attivisti.

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